La Seconda Invasione

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Competizione e Sacrificio
(…di come l’illusione diviene patimento)

Con ancora i segni delle catene attorno ai polsi e legato intimamente alla gabbia sociale con vari congegni impiantati nel cervello, e col sangue inquinato dalle pubblicità e dai medicinali, ho creduto spesso di essere alieno a tutto quello che mi stava succedendo:
Vivere la vita a scomparti stagni, separando piani e rapporti dell’esistenza per evitare di contemplare l’esistente. Una realtà frammentata fatta d’interruttori che accendono e spengono momenti e situazioni. Accendi la lampadina del centro sociale e ci sono regole e tradizioni di cui sei custode e succube. Torni a casa e l’interruttore della famiglia irrompe con la sua luce giallastra che ovatta la precedente e ritorni ad essere uno senza prospettive, senza futuro in una società cristallizzata nelle sue ridondanze temporali. On e Off, on e off senza fine, senza senso, con una spiccata attitudine al melodramma, alla pantomima, con una maschera che pesa troppo per il trucco che man mano ci aggiungiamo, per resistere alla luce, per non farsi sorprendere spaventati e senza fiato davanti all’effimero che è tutt’altro che certezza.
Scappare di corsa senza voltarsi indietro oppure fermarsi un attimo e riprendere fiato.
Dalla fuga al sabotaggio il passo non è così breve e nemmeno così immediato; in fondo lo sforzo di far crollare la gabbia è un consumo di energie e risorse ancora maggiore rispetto ad una semplice ed elegante fuga all’inglese in qualche comunità hippie persa chissà dove.
Ti rendi conto che scappare non serve a nulla.
Il velo di maya della nostra bella società occidentale è sempre troppo denso, persistente, trasuda dai nostri effetti personali, dai vestiti che indossiamo alle verdure che mangiamo; permea il nostro sangue, il nostro respiro afatico insicuro e ansioso. È marcio come l’occidente post-colonialista, come la cultura occidentale di sinistra, marcio come la morale cristiana, la nostra morale.
Forse sono sempre stato uno sconfitto, non posso negare di aver da subito sentito l’inadeguatezza alla gara e alla conquista. La sensazione che sia una scelta facile ma non la “più facile”, solo la più immediata; per cui quando mi sento isolato, succube o feticista del martirio, in un modo o nell’altro c’entra la competizione tra le fonti dei miei guai.
Parliamoci chiaro, la sana competizione non esiste veramente nella partita dell’esistenza biologica-animale, figuriamoci tra esseri umani civili che hanno trasformato in bisogni le loro necessità.
Aggiungiamoci pure un corollario di (dis)umane abitudini, quali l’ambizione, la pietà, la prevaricazione, la carità, lo stacanovismo, l’invidia e avremo l’humus ideale per fermentare le più banali e miserabili dispute di potere corrompendo le emozioni con sentimenti che vanno dall’invidia al rancore.
Guardando nel mio modesto bagaglio di esperienze direi che il genere umano non ha speranze…
Il rancore è alla radice dei rapporti sociali borghesi.
Non esistono comunità competitive in cui si privilegia l’Etica al Risultato:
L’IMPORTANTE È VINCERE.
Lo si impara da piccoli, a casa, a scuola, per strada da adolescenti, al lavoro da grandi, a casa, durante le vacanze, mentre muori.
Chiaro, molto chiaro, anzi chiarissimo.
Non fraintendibile, un vero e proprio must del potere. Una frase che riassume un preciso postulato: tutto è lecito, tutto è concesso (per vincere.)
Scavalca, schiva, innervosisci, umilia, punisci, perdona, condanna, commisera, indignati, fatti furbo, colpisci basso, guardati le spalle, ricorda che chi sta ad un centimetro dal tuo collo combatte per il tuo posto.
Da Brivido e inaccettabile…
che sia all’interno della società delle democrazie occidentali oppure che succeda all’interno del Movimento che si propone di combatterle.

Odio la divisione del lavoro, odio il tempo, le corse in ogni luogo, l’università, odio i professori, le riforme, i venti euro al giorno per dodici ore di fatica di merda, gli stage gratis, i corsi di formazione, le grandi opportunità, odio i politici, Dolce&Gabbana, la politica, i collettivi, le sigle sindacali, i partiti, le associazioni, i comitati territoriali, il coordinamento, il patronato, le arci.
Odio le tessere dei circoli culturali, le tessere sanitarie, i biglietti dell’autobus, le associazioni per i diritti umani, le sette religiose, gli atei oltranzisti, i centri per il lavoro, i centri d’accoglienza, i centri denuclearizzati, i lager, i ghetti, i muri, le fabbriche prigioni, le prigioni, i centri commerciali, i centri per gli anziani, per i giovani, per i bambini, la gentrificazione.
Odio il nuovo lavoro precario, il tetto precario, la vita precaria, odio il precariato così come odio la classe, i proletari, la frammentazione della classe, la dispersione del soggetto reale, la pacificazione, la dissociazione, la disobbedienza, l’indignazione, i movimenti di piazza, odio il Movimento, la spaccatura tra personale e politico, tra personale e privato, tra politica e cultura, più di tutto odio la fottuta divisione tra vita e lotta.

“Voglio tutto! Voglio tutto quello che mi spetta, voglio ottenerlo con la lotta e con i miei compagni raggiungerò questo obiettivo!”
Sono stato anch’io di questo parere, anche a me la vita ha dato da pensare, e che ci sia una disparità tangibile tra chi ha potere e chi lo subisce, è evidente tanto quanto è radicato nel DNA di ognuno di noi.
C’è chi comanda e chi ubbidisce, c’è chi regna e chi fa il suddito.
Nella nostra società funziona così… e frustrazione dopo frustrazione, guardandomi intorno, mi sono accorto che qualcuno vorrebbe porvi rimedio, derubando chi ha potere di una piccola parte di esso. Non è una cosa facile, per cui ci siamo organizzati e abbiamo dichiarato guerra a chi di fatto ci aveva già sconfitti.
Non è facile combattere senza saper distinguere il nemico e le sue trappole. La guerra che non si fa, solo con gli eserciti ma con le campagne di marketing, che non usa solo carri armati e caccia bombardieri ma manganelli e idranti, che non si esaurisce nelle agorà del governo ma ne trae sostegno.
Mentre cerchiamo ancora di capire cosa ci ha investito, lottiamo contro delle mani esperte come dei pesciolini presi all’amo.
Freneticamente mi dibatto ma è nel secchio insieme agli altri che finirò, in un modo o nell’altro. Organizziamo la rabbia, il rifiuto, il dissenso e ci dimentichiamo la gioia, la felicità, l’amore. Facciamo di questa guerra un confronto impari a chi è più forte; la competizione maschia che tanto piace al capitale, che fin da piccoli impariamo a conoscere con l’educazione subordinata della famiglia. È il nostro modo di risolvere quei problemi che mettono minimamente in discussione le nostre certezze. Perché chi lotta è convinto ingenuamente di farlo bene anche quando sbaglia, perché rispetto a chi rimane a casa almeno lui ci prova. Una presunzione pari a quella pretesa tutta occidentale di essere l’unico modello di cultura valido.
Ho fatto bene a seguire il mio istinto e a mettermi in gioco con chi e per cosa ritenevo giusto farlo. Per questo ho dovuto affrontare la molteplicità delle ipocrisie umane trovandomi in una comunità speculare a quella da cui cercavo di prendere le distanze.
Bella fregatura.
Tanto tempo a ritagliarmi uno spazio da protagonista nel Movimento e scopro che alla fine ciò che conta è la credibilità e il curriculum, tanto vale che facevo domanda di assunzione in banca…
Ho imparato un complicatissimo idioma con cui gli oracoli divinano le strategie alle assemblee, mentre mi rendevo conto sempre più che un compromesso incombeva sulla mia testa: più sei disposto al sacrificio, più ti è richiesto sacrificarti. Ci sono tanti buoni motivi per farlo, dedizione alla causa, perversioni ideologiche, senso del dovere, senso di sudditanza nei confronti del leader, assenza di interessi altri, masochismo, ipocrisia, alcolismo. In ogni caso ti viene voglia di mettere anche tu le mani sulla graticola della politica di movimento, per sentire l’odore della tua carne che pian piano si cuoce, pronta per essere mangiata dalla prossima ondata di rivendicazioni di piazza, pronta ad essere sostituita da altri più giovani, più carichi di energie. Si perché io -mentre mi facevo arrostire- un poco sono invecchiato e la mia voglia di cambiare il mondo si è ridotta alla voglia di cambiare il mio orizzonte, e alla fine diventerà solo la voglia di stare tranquillo e vivere in pace, senza competizione, senza ritmi da fabbrica, senza stress superflui.
Vogliamo combattere ma sarebbe più facile farlo se si mettessero in chiaro delle cose.
Senza il caro vecchio Movimento a soffocare la mia voglia di cambiamento sarei libero di fare male, di pentirmi, sarei anche libero di fare bene, ne sono certo, non mi sento l’unico.
Chi viene fuori da esperienze di attivismo radicale con un bagaglio di depressione e tristezza sa di cosa sto raccontando, eppure non vorrei che sembrasse una sorta di dissociazione dalla causa, o dalla necessità di portare a termine dei percorsi. È l’esatto opposto. Sento solo il bisogno di allontanarmi dal potere che esercitano Alcuni attraverso i ruoli che gli sono stati assegnati.