Urania: ogni cuore è una bomba ad orologeria

MARGINI IMPLOSI, STORIE, MITI, NOTE E APPUNTI DI VITA

La storia può fare a meno di note a margine.

Le note a margine quando va bene sono un'opzione;  se va male fanno lo sgambetto alla grande narrazione.

Di tanto in tanto appaiono edizioni più agili e di facile lettura: la storia si scrolla di dosso in un colpo solo un po’ di note a margine.

E CAPITE BENE IL PERCHÉ…
La storia è sovraccarica.

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Abbiamo scelto di raccontarvi un’altra storia che si incunea nella città bene Feudo di Nardella. Una storia scomoda, nata da poco, fatta di corpi che vogliono darsi tutto il tempo per scegliere come vivere, chi essere, cambiare forma ogni volta che il proprio desiderio lo impone.

Nell’annus domini 2019 in questa triste Italia e triste Europa, dove sono sottoattacco tutte le soggettività che ripudiano il patriarcato eteronormativo e ogni forma di potere imposto, è il momento di mantenere ferma la barra della contronarrazione e raccontarvi delle infinite strade che  si possono percorrere fuori dalle strade del capitalistic way of life, e Urania è anche questo: un rifugio, una casa frocia, ospitale, meravigliosa e che sa, quando deve, difendersi anche  con calci, unghie dall’eteronormativà dilagante.

Buon ascolto! 🙂

continuiamo ad avere problemi con il server per cui potete ascoltare il nuovo pod tramite questo link 

Poggioreale 12 Luglio 1968-2019

 

51 anni fa il carcere di Poggioreale – esattamente il 12 Luglio 1968 –  prendeva fuoco, animato da una delle rivolte carcerarie più importanti di Italia. La lotta dei compagni costretti ad un regime di restrizione totale delle proprie libertà personali (non ancora istituito formalmente che poi prenderà il nome di 41 bis) riuscirono a portare l’insurrezione estesa a tutti i padiglioni di Poggioreale e fuori le mura. La grande capacità di mobilitazione di quelle giornate di lotte costrinsero le istituzioni di allora a riformare il sistema carcerario per evitare di doversi ancora confrontare con simili rivolte.

Ci scusiamo ancora se le registrazioni degli audio non sono perfette, ma abbiamo scelto di pubblicare comunque la testimonianza di un ex-detenuto politico che quegli anni li ha scontati sulla sua pelle, perché vogliamo custodirla gelosamente e condividerla con chi vuole conoscere cosa è successo in quei giorni di 51 anni fa.

Poggioreale 12 Luglio 1968-2019

Oggi Poggioreale è ancora in fiamme, pochi mesi fa un ragazzo è morto per una febbre e il Padiglione Salerno è stato devastato dai detenuti, il numero di suicidi non sembra mai arrestarsi. Quindi, nonostante le lotte, ad oggi il carcere resta ancora un sistema totalitario  e totalizzante, inespugnato, e anzi, possiamo affermare che le forme di privazione della libertà in Italia sembrano anzi essersi estese nelle metropoli (come le zone rosse) e moltiplicate come i centri detentivi come i CPR. Le frontiere chiuse sulla base dell’appartenenza etnica e materiale, la criminalizzazione delle lotte politiche e dei sessi non conformi (un esempio è la testionianza che troverete sempre nel podcast sulla condizione attuale delle trans e seriopositivi nel carcere di Poggioreale) secondo i canoni patriarcali sono i punti focali su cui la repressione in questo momento sta giocando la sua partita.

Per fortuna, nascono sempre nuove forme di resistenza rispetto a questo sistema di annichilimento totale dei corpi, forme di resistenza che si stanno facendo più forti grazie al coraggio di compagne e compagni che ancora oggi hanno fatto del loro corpo un vero e proprio terreno di battaglia.

Il 12 Luglio 2019 ore 18.00 nell’assolato piazzale Cenni antistante il Carcere di Poggioreale ci sarà un presidio, accompagnato dalla musica che sarà rivolto ai carcerati. Il motivo della mobilitazione non sarà semplicemente una rievocazione della storica rivolta che c’è stata, ma un modo per dire che siamo ancora qui e ora insieme a chi odia il carcere, perché ancora di carcere si muore, perché il carcere è tortura della nuda vita.

 

Per restare aggiornati sulla questione del carcere di Poggioreale >

https://www.facebook.com/Parenti-e-amici-dei-detenuti-a-Poggioreale-Pozzuoli-e-Secondigliano-733513150077469/?epa=SEARCH_BOX

Critica ingenua all’identità

 

Mentre meditavo sulla necessità o meno di aprire un dibattito sulle insidie dell’identità politica collettiva erano ormai tre giorni che mi alzavo dal letto prima del sole e che lo maledicevo poche ore più tardi mentre lavoravo in vigna. Otto ore al giorno, da un po’ prima dell’alba fin all’ora di pranzo. Il mio lavoro meccanico a bassa responsabilità mi permetteva di liberare il cervello e far volare la mente verso la realtà parallela da cui in verità sento di essere scappato: I collettivi, il Movimento, il Fallimento, l’esasperazione, le stolide ragioni di chi in piazza ci-sta-da-sempre e non riesce a migliorare nessun aspetto della propria vita, figuriamoci della collettività.

Identità a confronto, il circo massimo dei miei tormenti, la società liquida vs i collettivi granitici, la realtà che ci passa di fianco come una folata di vento caldo e mefitico.

Mettendo ordine nei pensieri, tre giorni diventano quattro, cinque, da una vigna all’altra, pulizia tra i filari, leghiamo i tralci, condizioniamo le viti giovani ai sostegni, tendiamo i cavi d’acciaio. Il sogno di scrivere un pezzo che non sia banale reazionario o populista ha incontrato ostacoli noti a chiunque faccia sforzi per guadagnare il pane. Stanchezza, senso di angoscia, voglia di una birra fredda. Contraddizione tra pensiero e azione, limite imprescindibile di ogni esperienza collettiva alla quale volente o nolente ho partecipato e continuo a farlo. Così ho guardato il ragazzone di colore che lavorava di fronte a me e gli ho fatto le domande più banali che potevo.

Ho scoperto che ci ha messo tre anni per arrivare nel nostro paese, quando gli ho chiesto se fosse stato in Libia ha sorriso nervosamente e ha detto solo “Brutto, molto brutto”. Io non parlo francese e lui non parla italiano, entrambi ci arrampichiamo sugli specchi in inglese e la conversazione era finita mentre lui spariva dietro un filare di viti da sistemare.

In realtà non sapevo cosa domandare dopo aver visto il suo sguardo mutare, la bocca sorridere per cortesia credo, gli occhi erano quelli di chi ha avuto una vita da qualche parte sepolta nella memoria. Il giorno dopo mi ha detto di aver cominciato un iter per far ottenere il passaporto a sua moglie. Vuole stare in Italia, forse il bel paese pur essendo diventato terra di odio, razzismo, ignoranza e fascismo è sempre meglio della vita che aveva lasciato. Questa considerazione è mia, non ho saputo chiederglielo. Farò un’intervista a lui e agli altri braccianti stranieri, per il momento lavoro sotto al sole, bevo birra ghiacciata quando non c’è il padrone e solidarizzo con gli altri nella vigna compreso il caposquadra che è più giovane di me di otto anni e la Libia non sa nemmeno dov’è. Però sa bene che i braccianti stranieri vengono pagati poco e “per questo” (l’ho aggiunto io) lavorano male. Dopo una settimana era palese che chi percepiva più denaro lavorava con più entusiasmo.

Se pensate che mi sia appassionato al suo caso, sia andato a trovarlo, abbia stretto relazioni profonde con lui vi sbagliate. Il pomeriggio col caldo che supera i 35′ gradi, stanco dopo otto ore in vigna, dormo di un sonno agitato e senza sogni, interrotto dal sudore, le zanzare, i pensieri orrendi sul movimento, i collettivi, i centri sociali. Mi sono svegliato anche più stanco a volte, pronto a cenare e tornare a dormire. Lui invece come molti altri, era alle prese con altri lavoretti, con viaggi verso i vari uffici per l’immigrazione, le carte da presentare, i soldi da mandare alla moglie.

Una rabbia soppressa che diventa ansia, attacchi di panico, litri di tintura madre d’Iperico, pianti silenziosi, la mia campagna col pancione che si preoccupa perché non sente più le solite battute sarcastiche sulla politica. Chi sono io?

Una gatta randagia che scappa da se stesso dal mondo che era perfetto finché non è stato invaso dalla verità. Il velo di maia è una dolce coperta di misto lana che ci protegge e il mondo da cui ci separa è un freddo inverno dal quale nessun Jon Snow verrà a salvarci.

Purtroppo invece di leggere libri di filosofia tra uno spinello e l’altro, quando ero un adolescente guardavo tonnellate di film e leggevo romanzi cyberpunk per cui su chi abbia scritto qualcosa a proposito e in che modo lo abbia fatto ne so poco, da qui il titolo ingenuo di questo pezzo. Quello che vedo e che sento è che l’identità è un limite se si traduce in senso di appartenenza e difesa assoluta di essa. Reazione che viene dall’istinto di conservazione sobillato da un contesto culturale violento e machista. Minacciati continuamente dalle altre identità ci sentiamo obbligati a partecipare alla guerra sicuri di essere dalla parte giusta eppure lo status quo rimane tale e io mi sento stanco.