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Sardìnnia Antifa’

Non restiamo indifferenti rispetto agli attacchi fascisti. Sappiamo bene quanto siano infimi ed infami gli attacchi operati da questi personaggi, le dinamiche malsane di gruppo contro un/a singolo/a, di quante menzogne hanno bisogno per giustificare la loro violenza.

In Sardegna, a Cagliari, la settimana scorsa è stata la volta di un ragazzo che ha rifiutato un volantino di Casapound, e per questo è stato menato da sei animali. Il ragazzo ha riportato diverse ferite ed escoriazioni. Casapound stava facendo un banchetto per raccogliere consensi intorno alla nuova apertura della sede di Casapound Cagliari, che avverrà il 21 Ottobre.

Chiudiamo Casapound: Cagliari chiama, tutti e tutte devono rispondere. Vi lasciamo con il podcast con la testimonianza diretta dei nostri amici sardi.

Per aderire l’evento, aiutare a diffonderlo, segui e sostieni il coordinamento cagliaritano antifascista anche su facebook (qui il link della pagina e dell’evento).

 

A nu’ pal’ stann’ appis’
Stanno appesi a un palo
stann’ appis’ tutt’e tre.
stanno appesi tutti e tre.
Na fulat’ ‘e vient’ ‘e mmove
Una folata di vento li smuove
mmove ‘o pret’ ‘o fant’ e ‘o rre.
muove il prete, il fante e il re.

Stann’ appis’ a capa sotto,
Stanno appesi capovolti,
comm’è bell’ a lle vere’
come sono belli da vedere
nun so’ loro cchiù ‘e patrun’
non son più loro i padroni
‘e chesta terra, né de me…
di questa terra, né di me…

Ah fosse bell’, né sant’ né guerr’
Ah, sarebbe bello, né santi né guerra
sulo ‘o mare e ‘a terra
solo il mare e la terra
libera
libera
si overo ‘e appennessemo
se li appendessimo davvero 
tutt’e tre!
tutti e tre!

Sovietica Vesuvianità, Daniele Sepe, Dario Jacobelli
diserta il deserto - Viva La Comune

Diserta il Deserto parte 2 – viva La Comune

Se con alcun@ stiamo ancora parlando se sarebbe stato giusto di “sporcarsi le mani” o meno sull’annosa questione del Referendum Costituzionale del 4 Dicembre 2016 è quanto mai evidente che abbiamo fatto un errore di leggerezza nell’affrontare – o meglio nel non affrontare- un tale tema. Questa leggerezza è dovuta al fatto che alcune jatte hanno dato per scontato che si mirava all’abbandono di alcune forme di lotta “militante”, che non producono solchi nella realtà che viviamo …

pratiche che anzi continuano a produrre un falso gioco delle parti, fondante sul mito della contingenza strategica, quando sappiamo che l’espediente del voto rafforza sempre lo stesso immaginario democratico/decisionale, e che l’unico vantaggio strumentale alla fine è solo per il capitale.

Prima di Magliana, sebbene alcune jatte non fossero mai state convinte della neutralità della società civile, alcune davano per scontato (sono tante le cose a cui non pensiamo, prima che si manifestino) che una parte consistente della società civile fosse abitata da un sentimento antifascista, quel sentimento a cui molt@ compagn@ si sono affezionatamente rivolti@ per portare avanti le ragioni del “N0”: il valore della democrazia, la lotta contro il “premierismo”, all’accentramento del potere nelle mani di pochi, all’eliminazione del bicameralismo perfetto: da decenni fiore all’occhiello di ingegneri costituzionalisti del calibro di Sartori e tanti altri entusiasti alla ricerca della formula alchemica del Governo del popolo tramite urne elettorali.

La Casalinga di Voghera che dal 5 Novembre vive a Magliana.
La Casalinga di Voghera che dal 5 Novembre vive a Magliana.

Bhe, questo era il prima Magliana, dopo Magliana, dopo che diversi compagne si sono effettivamente sporcat@ le mani (e i corpi) nel cercare di arginare (forse troppo tardi) l’ennesima buffonata fascista, alcune jatte hanno pensato finalmente che, dopo aver visto compagn@ denunciat@ e arrestat@ grazie al neutro contributo di una delle tante casalinghe di Voghera (è evidente che la signora si era misteriosamente traferita a Magliana pochi giorni prima del 5 Novembre) a cui da anni il movimento tenta di parlare, ecco dicevamo, alcune jatte hanno pensato finalmente:

ma che cosa diavolo ce ne dobbiamo fare della società civile?

Sentiamo già il brivido sulla schiena, procurato da un lettore o da una lettrice in disaccordo con ciò che alcune jatte scrivono.

 Alla luce di quanto scritto su diserta il deserto, non esiste al momento una formula o una prospettiva rivoluzionaria vincente: prima faremo i conti che siamo in una condizione di subalternità prima ne usciamo. È una condizione di subalternità in primis verso il comune sentire della società civile e in seconda battuta verso una parte del movimento che cerca di combattere le ingiustizie di Stato, nel “rivendicare diritti”, ma che di fatto si ingabbia in una dinamica osmotica e strumentale con lo Stato stesso e ciò non permette ad alcune jatte di trovare spazi minimi di affinità.

L’affetto che si prova per alcun@ compagn@ impone una separazione tra amic@ e nemic@, tra persone con cui vivere uno spazio comune e persone con cui mantenere spazi di cordialità estemporanea.

Perché mai cerchiamo di ripeterci in questo testo, scrivendo: prima ci rendiamo conto di essere infelici e subalterni e meglio è per tutt@? Questa non è un’apologia dello/a sconfitto/a, ma rendersi conto dello stato delle cose presenti ci rende più lucidi, più umili, più lenti.

Son cose brutte da sentirsi dire? Mentre tutto intorno è infestato dal turbocapitalismo, alcune jatte chiedono silenzio e rallentamento. I nostri numeri non brillano certo di consistenza (e su questo in realtà ci sarebbe ancora da scrivere), ma i nostri legami sono tali per cui se una parte della Comune che vive tra noi (composta dal nostro territorio e da altri territori in via di liberazione) è sotto attacco, abbiamo il desiderio (irrazionale, giovale, pieno) di andare là dove i nostri amici e le nostre amiche hanno bisogno; perché quello che si dovrebbe costruire non è l’ennesimo blocco movimentista né l’ennesima assemblea locale che poi va a portare i suoi contenuti in un’assemblea nazionale.  Ora è venuto il momento di costituire una forma di vita comune con tutti i problemi che comporta il deterritorializzarsi a tratti e il ricollocarsi dove realmente si abita. Questo di per sé non è già uno sforzo immenso? E per aver lucidità su questo piano, si può mai rincorrere il gioco del “sì” o del “no” quando già le nostre vite sono nella macchina da guerra?

Perché noi, perché noi abbiamo bisogno di assumere tematiche che di fatto non cambiano nulla alla nostra esistenza? Il nostro stare sul confine tra deserto e l’oasi è una sfida, è un confine che perde la sua bidimensionalità, ma acquista spessore nel momento in cui ci attraversiamo, tocchiamo, infettiamo quotidianamente, continuamente con altr@ come noi.

Lo scopo del/la militante di oggi, quel poco che può fare è restare sul confine, agitare le braccia e farsi da tramite, facendosi trovare da chi vaga per il deserto, indicare cioè al disperso il punto esatto dell’oasi, aspettare strategicamente sulla soglia, aiutare a dissolvere il miraggio e lasciar vivere nella trasparenza più assoluta chiunque voglia scegliere consapevolmente di vivere meglio e sopratutto… in libertà.

Noi siamo di passaggio, uno dei tanti passaggi, non rincorriamo la storia né la rimpiangiamo. Fidel è morto, noi siamo qua e con le nostre vite rompiamo gli schemi quotidiani vivendo/lottando qui e ora.