Diserta il Deserto parte 2 – viva La Comune

diserta il deserto - Viva La Comune

Se con alcun@ stiamo ancora parlando se sarebbe stato giusto di “sporcarsi le mani” o meno sull’annosa questione del Referendum Costituzionale del 4 Dicembre 2016 è quanto mai evidente che abbiamo fatto un errore di leggerezza nell’affrontare – o meglio nel non affrontare- un tale tema. Questa leggerezza è dovuta al fatto che alcune jatte hanno dato per scontato che si mirava all’abbandono di alcune forme di lotta “militante”, che non producono solchi nella realtà che viviamo …

pratiche che anzi continuano a produrre un falso gioco delle parti, fondante sul mito della contingenza strategica, quando sappiamo che l’espediente del voto rafforza sempre lo stesso immaginario democratico/decisionale, e che l’unico vantaggio strumentale alla fine è solo per il capitale.

Prima di Magliana, sebbene alcune jatte non fossero mai state convinte della neutralità della società civile, alcune davano per scontato (sono tante le cose a cui non pensiamo, prima che si manifestino) che una parte consistente della società civile fosse abitata da un sentimento antifascista, quel sentimento a cui molt@ compagn@ si sono affezionatamente rivolti@ per portare avanti le ragioni del “N0”: il valore della democrazia, la lotta contro il “premierismo”, all’accentramento del potere nelle mani di pochi, all’eliminazione del bicameralismo perfetto: da decenni fiore all’occhiello di ingegneri costituzionalisti del calibro di Sartori e tanti altri entusiasti alla ricerca della formula alchemica del Governo del popolo tramite urne elettorali.

La Casalinga di Voghera che dal 5 Novembre vive a Magliana.
La Casalinga di Voghera che dal 5 Novembre vive a Magliana.

Bhe, questo era il prima Magliana, dopo Magliana, dopo che diversi compagne si sono effettivamente sporcat@ le mani (e i corpi) nel cercare di arginare (forse troppo tardi) l’ennesima buffonata fascista, alcune jatte hanno pensato finalmente che, dopo aver visto compagn@ denunciat@ e arrestat@ grazie al neutro contributo di una delle tante casalinghe di Voghera (è evidente che la signora si era misteriosamente traferita a Magliana pochi giorni prima del 5 Novembre) a cui da anni il movimento tenta di parlare, ecco dicevamo, alcune jatte hanno pensato finalmente:

ma che cosa diavolo ce ne dobbiamo fare della società civile?

Sentiamo già il brivido sulla schiena, procurato da un lettore o da una lettrice in disaccordo con ciò che alcune jatte scrivono.

 Alla luce di quanto scritto su diserta il deserto, non esiste al momento una formula o una prospettiva rivoluzionaria vincente: prima faremo i conti che siamo in una condizione di subalternità prima ne usciamo. È una condizione di subalternità in primis verso il comune sentire della società civile e in seconda battuta verso una parte del movimento che cerca di combattere le ingiustizie di Stato, nel “rivendicare diritti”, ma che di fatto si ingabbia in una dinamica osmotica e strumentale con lo Stato stesso e ciò non permette ad alcune jatte di trovare spazi minimi di affinità.

L’affetto che si prova per alcun@ compagn@ impone una separazione tra amic@ e nemic@, tra persone con cui vivere uno spazio comune e persone con cui mantenere spazi di cordialità estemporanea.

Perché mai cerchiamo di ripeterci in questo testo, scrivendo: prima ci rendiamo conto di essere infelici e subalterni e meglio è per tutt@? Questa non è un’apologia dello/a sconfitto/a, ma rendersi conto dello stato delle cose presenti ci rende più lucidi, più umili, più lenti.

Son cose brutte da sentirsi dire? Mentre tutto intorno è infestato dal turbocapitalismo, alcune jatte chiedono silenzio e rallentamento. I nostri numeri non brillano certo di consistenza (e su questo in realtà ci sarebbe ancora da scrivere), ma i nostri legami sono tali per cui se una parte della Comune che vive tra noi (composta dal nostro territorio e da altri territori in via di liberazione) è sotto attacco, abbiamo il desiderio (irrazionale, giovale, pieno) di andare là dove i nostri amici e le nostre amiche hanno bisogno; perché quello che si dovrebbe costruire non è l’ennesimo blocco movimentista né l’ennesima assemblea locale che poi va a portare i suoi contenuti in un’assemblea nazionale.  Ora è venuto il momento di costituire una forma di vita comune con tutti i problemi che comporta il deterritorializzarsi a tratti e il ricollocarsi dove realmente si abita. Questo di per sé non è già uno sforzo immenso? E per aver lucidità su questo piano, si può mai rincorrere il gioco del “sì” o del “no” quando già le nostre vite sono nella macchina da guerra?

Perché noi, perché noi abbiamo bisogno di assumere tematiche che di fatto non cambiano nulla alla nostra esistenza? Il nostro stare sul confine tra deserto e l’oasi è una sfida, è un confine che perde la sua bidimensionalità, ma acquista spessore nel momento in cui ci attraversiamo, tocchiamo, infettiamo quotidianamente, continuamente con altr@ come noi.

Lo scopo del/la militante di oggi, quel poco che può fare è restare sul confine, agitare le braccia e farsi da tramite, facendosi trovare da chi vaga per il deserto, indicare cioè al disperso il punto esatto dell’oasi, aspettare strategicamente sulla soglia, aiutare a dissolvere il miraggio e lasciar vivere nella trasparenza più assoluta chiunque voglia scegliere consapevolmente di vivere meglio e sopratutto… in libertà.

Noi siamo di passaggio, uno dei tanti passaggi, non rincorriamo la storia né la rimpiangiamo. Fidel è morto, noi siamo qua e con le nostre vite rompiamo gli schemi quotidiani vivendo/lottando qui e ora.

Note a margine di un insolito sabato a Magliana

“non si è radicali perché si è pronunciata qualche parola, no, la radicalità è fisica, la radicalità è quella dell’esistenza.”
Ci teniamo a chiarire subito che lasceremo ad altr*, come tra l’altro qualcun* si è già affrettat* a fare, i discorsi sul vero conflitto, sulle tattiche/strategie vincenti, sulla sinistra e sulla società civile: che sono due colonne portanti dello stato di cose presenti.
È proprio in rottura con un certo antifascismo da sinistra cittadina che le singolarità presenti a Magliana, sabato 5 Novembre, hanno deciso di porsi sul piano dell’attacco, di non restare ancora una volta a guardare le sfilate fasciste, di non esser più disposti ad osservare i divieti della polizia.
Per avanzare bisogna osare, correre dei rischi, esporsi all’errore. Chi ha vissuto quella giornata si è esposto, ha commesso degli errori, ma è anche da tali errori che si può mettere in moto un’autocritica intelligente, da cui si alimenta il divenire rivoluzionario.
Non essendo in possesso della “ricetta rivoluzionaria” non possiamo che muoverci tra la sperimentazione e la distruzione (decostruzione) di pratiche e identità cristallizzate in decenni di infermità militantista.
Per quanto ne vogliano i professori e le professoresse della sinistra extraparlamentare, la catastrofe a Magliana non è arrivata il 5 Novembre, “la catastrofe è ogni giorno in cui non accade nulla”, ogni giorno in cui non siamo capaci di attaccare quei vuoti che il governo della crisi  produce e dove invece con sempre più facilità si inseriscono la polizia e i fascisti. È questo, a nostro avviso, uno dei punti da cui ripartire: la fine del centrosocialismo. 
Quello che Magliana ha reso evidente, se mai ce ne fosse stato bisogno, è che l’approccio militante, utilitaristico, quantitativo, più che qualitativo, ci pone su un piano del conflitto dove per forza di cose siamo e saremo sempre subalterni. 
Uscire da questa condizione di subalternità vuol dire ed è un’opinione personale abbandonare il terreno dell’economia per porsi su quello esistenziale, alimentare forme di vita che siano immediatamente forme di lotta, forme di vita in secessione con la società del capitale.
Questa condizione ci lascia quasi inermi di fronte all’ascesa del dispositivo poliziesco sempre più opprimente in quanto sempre più molecolare. 
Il 5 Novembre è stata una giornata in cui si è assistito non solo ad una “legittimata” caccia all’uomo, ma soprattutto si è palesato quell’esercito di cittadini-poliziotti che, non solo hanno contribuito alla creazione del clima legittimante, ma si sono resi parte attiva nell’operazione di polizia denunciando chi ha cercato di sfuggire alla ferocia repressiva.
Quindi… se la polizia si fa “ordine del mondo” non possiamo che accogliere e rilanciare la proposta di porre alla base di un nuovo progetto politico l’odio verso la polizia in tutte le forme in cui essa si presenti. Contro l’omologazione imposta da quest’ordine ci impegneremo a diffondere l’ingovernabilità. Magliana è stato – volente o dolente- un altro passo verso la costruzione di un movimento rivoluzionario. 
Per un Antifascismo senza compromessi.