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Misopédia – a proposito di una forma di vita rallentata

Traduzione dell’articolo di  Ivan Segré – Lundimatin, 12 Luglio 2017

«Non può essere che la fine del mondo, in avanzamento » – Arthur Rimbaud

La «misogenia»  designa una sorta di odio, di risentimento o di giudizio disprezzativo riguardo la figura della donna; per  «misopédia», io intendo designare un tratto equivalente ma questa volta riferito ai bambini, così insopportabili al c.d. «misopéde» come le donne sono insopportabili al «misogeno».

Nelle società umane, essa si manifesta in mille modi rispetto ai comportamenti che riguardano i bambini. Gli etnologi l’hanno abbondantemente osservato: in certe società, l’adulto è interamente sottomesso ai capricci del bambino; in altre, il bambino è strettamente  necessario per la propria sopravvivenza; tra questi due poli c’è tutto il ventaglio dei comportamenti esistenti, questo dalla notte dei tempi.

Ciò detto, che pensare di un titolo di un giornale – « 20 Minutes » – distribuito gratuitamente in milioni di copie (3,7 milioni di lettori francesi per numero nel 2016) che recita: “Con l’avvento delle vacanze, 20 Minuti vi darà dei consigli per sopportare i vostri figli per due mesi”? Tale titolo, corredato da una fotografia di un panorama marino che mostra un bambino che si dibatte tra un uomo e una dona, rinvia ad una pagina interna dove sono in effetti prodigati “cinque consigli per sopravvivere a due mesi di vacanze con i vostri figli”.

Leggiamo l’introduzione di questo manuale di sopravvivenza:

« I vostri figli, voi li adorate ( è un po’ il vostro lavoro) e vorreste essere in grado di poter passare più tempo con loro. Per fortuna, questo venerdì c’è il calcio di inizio delle grandi vacanze estive. Diverse settimane durante le quali tutta la famiglia si reca in vacanza per ritrovarsi. E quelle settimane durante le quali sarete così occupati con i vostri figli tutti i giorni, tutta la giornata. Tanto da rendervi una capra e spingervi a desiderare di ritornare rapidamente alla normalità? 20 Minutes vuole darvi qualche trucco per sopravvivere a tutta un’estate con i vostri figli».

Nel ventaglio dei comportamenti sociali osservati dagli etnologi ai quattro angoli del mondo, troverete la traccia di un’inquietudine simile: che i bambini, una volta rilasciati dalle maestre di scuola, non vadano a minacciare la vita dei genitori, al punto di farli «sopravvivere due mesi di vacanze con i (loro) figli?».  Possiamo certamente pensare che l’articolo non debba essere inteso alla lettera, o intuire che questa provocazione giornalistica non è rappresentativa di una spirito del tempo, o ancora lo si troverà «divertente ». Ma si può ugualmente riconoscere un sintomo.

Il fatto che dobbiate “sopravvivere ai due mesi di vacanze con i vostri figli” evidenzierebbe da un lato che la funzione della scuola è essenzialmente repressiva, l’infanzia costituisce una sorte d’«anomalia selvaggia» per riprendere una frase di Toni Negri (sul soggetto della potenza della moltitudine di Spinoza); dall’altra parte quell’amore genitoriale è un «lavoro», altrimenti detto una tristezza e non una gioia, come lo precisa l’articolo stesso tra partentesi: “I vostri figli, voi li adorate ( è un po’ il vostro lavoro)”. In altre parole, è vostra responsabilità come genitori a fare della lotta contro tale sfortuna… buon cuore.

Dentro le linee dei “consigli” suggeriti dal giornale (del quale risparmieremo il contenuto ai lettori di Lundimatin) si percepisce quindi, come in sordina, il triste refrain di una «misopedia» che potrebbe caratterizzare la nostra società definita «sviluppata»: a) non fatta per i bambini; b)Tuttavia, se si desidera la compagnia di un altro corpo, oppure, se siete una coppia, si temono le scene domestiche, emicranie e abbracci morbidi, comprarsi un cane, l’amore è un “lavoro” più gratificante; c) infine, se per sbaglio si fa un figlio, vi investite della progenitura e prendete consigli, e se serve, da parte delle autorità competenti, senza che voi sappiate sopravviverne senza.

Un rabbino mi ha confidato che se i bambini rendono tanto insopportabile la vita dei genitori, questo è perché obbligano gli adulti a rimettersi sempre in movimento. Un bambino, mi disse lui, è un “evento”. È quindi comprensibile che alcuni temano di non sopravvivere a tale impatto, e quindi preferiscano magari l’animale, magari un cane che ha l’inestimabile vantaggio di abbaiare contro gli stranieri, possibilmente mordere e il tempo rimanente per stare in silenzio.

A l’opposto d’una filosofia da addestratori dei cani, sappiamo che Nietzsche concepiva il processo di “uominizzazione” seguiva tre fasi, o anche dette metamorfosi: il “cammello”, animale sottomesso, che prende su di lui il peso delle tradizioni immobili; il “leone” animale non remissivo, che affronta la contraddizione; infine “il bambino”, “occhi neri e capelli chiari”, che deve muovere costantemente il corpo e la mente, A e non A, come un funambolo che gioca con la forza d’inerzia. Scommettiamo che abbiamo gettato un po’ luce sulla questione posta a milioni di francesi, che sono apparentemente schiacciati dalle loro vite: “come sopravvivere due mesi trascorsi con i vostri figli?”

Ci poniamo infine la questione su chi trae beneficio dalla celebrazione rumorosa di questa “letargia”, di cui ricordo ai lettori la definizione: “forma di vita rallentata (ibernazione, estivazione), che permette a certi animali (invertebrati e vertebrati) di superare le condizioni ambientali sfavorevoli”?

 

UNA PURA FORMA DI ESTERIORITA’

 

Fuori il panorama è bellissimo. Passo dalla campagna dell’Irpinia ai Campi Flegrei, incontrando nel mezzo la città di Napoli. In transito, stando bene attenta a non mettere punti fermi che possano diventare in fretta ostacoli alla libera via, a non imporre confini, a non circoscrivere, ad accettare solo quel recinto mobile elettrizzato che serve a proteggermi l’anima dai predatori, a riconoscerli. Nomade, non migrante: la vita del nomade è intermezzo, e non cerca dimora. Quella che scrive adesso non sono io. E’ la me che si incarna in questo treno, qui ed adesso, e osserva l’orizzonte. Il sole si appresta a tramontare dietro il Monte Vergine e domani vedrò sorgerlo dal mare, dietro al Vesuvio; comincerò col sole il viaggio lungo il litorale, fiancheggerò la Solfatara e lo saluterò di nuovo dalle spiagge di Licola, mentre va a bagnarsi dietro l’isola di Ischia. Ma per questa notte mi fermo in città. Mi ubriaco di movida e fumi d’asfalto, perché non si deformi la linea intera del mio percorso. Perché in campagna ci torno, ma non ci nasco.

Da quando non mi fermo riesco a capire il valore del denaro. Ché, quando i confini tra il dentro e il fuori sfumano, il valore sta in altre cose; la terra ti entra in casa in maniera così ostinata che è inutile aspettarsi un pavimento sempre pulito; il tempo per pulire l’orto dalle erbe spontanee ripaga in autenticità, mentre dentro zappare di scopa a niente serve. Nel gioco dentro/fuori che si fa quando si decide di cucinare una pasta con i piselli appena raccolti da fuori, ripuliti dai baccelli – prelibatezze per lombricaie! – mentre dentro si avvia il fuoco lento con la legna dei molti ulivi da poco potati, vien da chiedersi dell’importanza del denaro, delle origini del concetto di valore, della tecnica, del lavoro, per come oggi li misconosciamo. E’ infatti proprio qui in campagna che quel concetto germina: nessun mondo più di quello contadino può dire fino in fondo delle origini dell’economia nostrana e dell’organizzazione socioeconomica che ne deriva, delle sue istituzioni sociali e di potere, degli orrori del patriarcato; nessun lavoro più di quello nei campi può dire della differenza tra i corpi, tra le loro potenze, di divisione del lavoro, di ruoli di genere, di statalizzazione dei rapporti, di capitalizzazione delle risorse e di ipostatizzazione delle posizioni, fisiche e ideologiche: posizione materiale, che coincide con una precisa configurazione di relazioni, quindi di rapporti di potere; di attività quotidiane, quindi di bisogni, desideri, visioni del mondo: ideologiche e politiche.

Le posizioni ipostatizzate mi fanno sentire la stasi, il sonno del pensiero, definiscono confini che mi riempiono la testa di pensieri utili solo a nascondere quel tipo di paura, che pur provo, detta di annichilimento: paura di perdere ciò che si ha, quando coincide con ciò che si è.

Mi accingo a vivere la città per una notte, come fosse solo un crocevia. Napoli porto di mare, sotto l’ombra del Vesuvio che ricorda, agli autoctoni come ai viandanti, che in ogni caso non vale la pena appropriarsi di una terra viva, in rigenerazione perenne, non vale la pena appiccare fuochi umani di fronte ai vulcanici spettacoli che la storia tramanda. Provo a non fermarmici troppo, per evitare la fame incessante che provoca l’aspirante metropoli, la tentazione di darmi da fare anch’io in questo centro commerciale a cielo aperto che prende forma sotto i nostri occhi, provo ad amarla dandole spazio e prendendomene, per il tanto che mi dona e il poco che mi ostino a rifiutare di fare, in cambio. Perché ci sarebbe molto da fare, la città si trasforma, le contraddizioni riempiono ogni vuoto, e in tanta pienezza “fare” equivale a “non fare”: non è importante il numero di contraddizioni che si riescono a  coprire con le proprie azioni, ciò che conta è trovare una chiave, precorrere una via che sia di fuga, sperimentare risultati differenti, puntare sull’esempio. Come muoversi nel mare di nichilismo in cui nuotiamo, altrimenti?

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Qualcosa deve essersi incrinato, proprio nel momento in cui la porta aperta della casa di campagna si è chiusa e gli abitanti, in branco, hanno deciso di coltivare sull’asfalto, portandosi dietro ogni cattiva abitudine e proteggendosela con mura: di fortezza, di città, domestiche. Mettendo insieme mattoni e cemento per nascondere il Vesuvio e quel che ha da ricordare, a dimenticanza del ciclo “vita-morte-vita-morte” che la terra non trascura mai di ribadire. E’ proprio nella città, in fin dei conti, che ho conosciuto sulla pelle i famosi orrori del patriarcato, esacerbati e parodizzati nel processo migratorio, lì ho subìto la differenza tra i generi, incarnato un ruolo, poi un altro, poi un altro ancora, mentre qualcuno capitalizzava le mie risorse e mi obbligava con violenza a posizioni ipostatizzate. Per questo adesso cerco spazio: non per capire chi sono, ma per essere quel che capisco. I am what I am ancora ci viene propinato in sordina, come fossimo in eterno null’altro che un punto zero e la nostra vita fosse solo un’aggiunta. E più cerco spazio a questo modo, più mi ritrovo in un campo di battaglia che trascende i luoghi, una guerra tra culture planetaria sta riflettendo il conflitto tra spinte progressive e ostacoli regressivi interno a ognun* di noi, a ognun* di me. Io non sono io, incarno lo spirito della mia epoca così come esso si dà nella precisa configurazione materiale e ideale che è stata finora la mia vita. Un’epoca in cui vanno offuscandosi, nel quotidiano, tutte quelle parole utili a descrivere l’insieme complesso di relazioni tra le persone e la loro posizione storica/geopolitica; un’epoca senza radici, in cui l’individuo metropolitano, informatizzato e mediamente alfabetizzato, ma senza memoria, pare situarsi al centro dell’universo; un’epoca di pacificazione e non di pace, in cui chi si ostina a pensare la vita cade sistematicamente nel fosso della morte: pensare precotto e impacchettato produce tumori.

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Le epoche sono orgogliose. Dal 2001 si sente più vicino l’odore di polvere da sparo e questo mi pare abbia liberato una sorta di smania, malinconia dichiarata dalla miss dell’anno, invidia per quei vissuti nel buon vecchio novecento, quando i rapporti di forza erano manifesti e l’ordine della guerra rifletteva l’ordine delle cose; Il paradigma della delocalizzazione sembra essere stato assunto tanto dalla produzione industriale quanto da quella bellica e l’emigrazione su larga scala non è che uno dei primi effetti di questo schema. La confusione che si produce è l’effetto parallelo e giustifica qualsiasi invasione, qualsiasi attacco, ogni reclusione e ogni tortura. E’ così che episodi banali possono diventare ottime occasioni per costruire narrazioni tossiche a vantaggio dell’ordine più comodo, ovvero, sempre lo stesso: quello coloniale e da secoli dominante. Non vince chi fa esplodere più tritolo, ma chi lo fa esplodere e basta, perché al tritolo segue guadagno e così, in seno a ogni conflitto, vince solo chi riesce a far circolare del valore intorno ad esso: le armi, la guerra vera, il denaro.

Parallelamente, una guerra civile si impianta sul globo terrestre: mentre qualcuno inneggia alla difesa dei confini, dall’interno o dall’esterno, qualcun altro impara a esodare la lotta tra macro poteri, per nutrire quegli aspetti, pure conflittuali, che stanno dietro, prima e oltre lo stato di cose presenti: l’ospitalità, lo scambio, l’incontro con l’Altro/a, l’asserzione di potenze individuali e collettive, che vanno a smascherare quei discorsi tutti occidentali di affermazione vincolata di piccoli Sé, che si fanno grandi solo nella prevaricazione e, su larga scala, nell’oppressione di un pezzo di mondo e di cultura: quella animale, diversa, quella mediorientale, quella femminile, quella diversamente abile, quella domestica, quella bastarda. Un patto oggettivo, anteriore ad ogni decisione, ha luogo nello spazio dell’intimità, rendendo possibili comprensione e pensiero, al fine di accrescere potenza individuale e sentimento di comunità. Coscienza. Quale parola è stata più stuprata dalla lineare storia del nostro bel noi?

926f2519828f6a6075af1d4c38eb8508Ho coscienza della mia finitudine, delle mie dipendenze, della preziosità del mio tempo a questo mondo, della precarietà dei miei noi, della differenza tra rivolta e cambiamento, tra stasi nella dialettica e crescita, tra l’agitazione e la lotta. La coscienza è una questione di pelle. E’ violenta. Non d’altro ho coscienza che di questo, della mia vita, gettata nel mondo, e dell’insieme complesso di relazioni che mi fanno e mi disfano di continuo. Io non sono io, sono la mia performance quotidiana nel teatro delle strade che percorro. Quel che penso di ciò che accade è ciò che agisco, sono il risultato della legge che si produce, in me, a seguito di un evento o di un altro – della guerra, delle elezioni, dei golpisti e dei terroristi – sono ciò che reagisce nella nebulotica della mia pancia, in un dato tempo e in uno spazio preciso – dei miei poli-amori, delle sorelle, del desiderio di maternità. La coscienza è avere la pancia in testa, il contrario, la testa in pancia: tutt’e due. Non è passivo chi re/agisce, è passivo chi non ne ha coscienza. Un patto oggettivo, anteriore ad ogni decisione, accresce sentimento di comunità – lo ripetiamo, sì, che la comunità è un sentimento! e si dà soltanto nello spazio dell’intimità. Non ho bisogno di prendere parola nel merito di ogni piccolo evento già narrato, voglio testimoniare il mio singolare passaggio in questo tempo, l’alterazione che produco, le forze che nutro e quelle che contrasto, a partire da me: l’alterazione che mi produce, le forze che mi nutrono e quelle che mi contrastano. Ciò che viene prima della politica, la precede, la sostanzia e la procede. Non c’è politica senza comunità.

Smascherata la coazione a ripetersi delle forme dell’oppressione, la lingua degli/delle altri/e, molteplice e già fuori da ogni dialettica, parla i silenzi dell’usuale. Scrivo a partire dall’epoca della crisi, dunque, della crisi accertata e trapassata della metafisica e della presenza. Ma posso dirmi già fuori di essa? O non sto, forse, scrivendo ancora situata in quella parte di mondo che ha costruito monumenti e archivi contro i fantasmi della storia? Non è forse a partire da qui-qui, che provo a complessificare tutto ciò che istruzione e comunicazione, esplicitamente rivolte ai processi primari della mente,  ci abituano a dare per scontato: che la norma sia data dalla ripetizione dell’identico? Ovvero: ciò che si ripete è “normale”? Questo principio, cui afferisce tanto il diritto quanto la psicodiagnostica internazionale, è esattamente lo stesso principio che condanna all’impossibilità quelle soggettività che si manifestano in quanto forme di vita non soggettivizzabili, dunque non assoggettabili. Nomadi. E’ necessario diventi immaginabile la nozione di possibilità in relazione alla norma, che diventi desiderabile, laddove desiderio e immaginazione sono probabilmente le prime funzioni attaccate dalla condizione di impossibilità, cui questo genere di “norma” condanna. Occorre invece desiderare senza paura.

15230790_1388469181163981_6335507694476934886_nL’immaginazione è una funzione superiore, sotto attacco spietato perché ruba il desiderio all’usuale. E’ perturbante, lo ammetto, chiedersi da che punto di vista guardare a questa enorme macchia estesa che è la mia singola vita. Quali lenti indosso, oggi? Mi disorienta, perché solo a volte per decidere basta scartare, più spesso bisogna invece riuscire a tenere tutto dentro, a seguire l’amore. Bisogna come bisognano le necessità vitali. Ho il sospetto che questa storia della soggettività remi contro il soggetto stesso, l’individuo come capace d’amare. Con quali norme valuto, adesso? Scarto pezzi, mi frammento, oppure rischio e mi seguo nell’abisso?

Appena esci dalla città non vedi proprio niente di bello: deturpazioni paesaggistiche e magna-magna generalizzato. Pensi: come fanno a vivere dentro le mura, nella fortezza, sapendo che qui fuori, il luogo in cui il cibo viene prodotto, è tutto inquinato? Nessuna metafora: il dentro non esiste senza il fuori, è matematica. Fuori il panorama è bellissimo, per chi lo vede senza tutti quei palazzi, per chi pratica le strade secondarie e cerca d’ignorare le colate grigie che collegano i vari centri, le gallerie scavate da bestie meccaniche per farci passare altre macchine, per far vivere l’uomo macchinico in un centro e in un altro, senza mai che gli sia illuminato l’intermezzo. E’ bellissimo il panorama, fuori, a guardarlo con le lenti di quando la plastica non esisteva, di quando c’erano larghe fette di terra sottratte alla mercificazione e non si doveva scrivere nessun progetto per vivere di autoproduzioni. Quando, in quel tempo interno che non devi studiare nessuna storia per sapere che esisteva.

Quando la tua coscienza t’ha detto che intorno, ruotano tutti attorno allo stesso sballo, da secoli. E’ una costellazione di noia quella da cui partiamo. E come in ogni costellazione, dietro l’angolo buchi neri e tempeste galattiche tramano malamente, mentre godiamo.

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diserta il deserto - Viva La Comune

Diserta il Deserto parte 2 – viva La Comune

Se con alcun@ stiamo ancora parlando se sarebbe stato giusto di “sporcarsi le mani” o meno sull’annosa questione del Referendum Costituzionale del 4 Dicembre 2016 è quanto mai evidente che abbiamo fatto un errore di leggerezza nell’affrontare – o meglio nel non affrontare- un tale tema. Questa leggerezza è dovuta al fatto che alcune jatte hanno dato per scontato che si mirava all’abbandono di alcune forme di lotta “militante”, che non producono solchi nella realtà che viviamo …

pratiche che anzi continuano a produrre un falso gioco delle parti, fondante sul mito della contingenza strategica, quando sappiamo che l’espediente del voto rafforza sempre lo stesso immaginario democratico/decisionale, e che l’unico vantaggio strumentale alla fine è solo per il capitale.

Prima di Magliana, sebbene alcune jatte non fossero mai state convinte della neutralità della società civile, alcune davano per scontato (sono tante le cose a cui non pensiamo, prima che si manifestino) che una parte consistente della società civile fosse abitata da un sentimento antifascista, quel sentimento a cui molt@ compagn@ si sono affezionatamente rivolti@ per portare avanti le ragioni del “N0”: il valore della democrazia, la lotta contro il “premierismo”, all’accentramento del potere nelle mani di pochi, all’eliminazione del bicameralismo perfetto: da decenni fiore all’occhiello di ingegneri costituzionalisti del calibro di Sartori e tanti altri entusiasti alla ricerca della formula alchemica del Governo del popolo tramite urne elettorali.

La Casalinga di Voghera che dal 5 Novembre vive a Magliana.
La Casalinga di Voghera che dal 5 Novembre vive a Magliana.

Bhe, questo era il prima Magliana, dopo Magliana, dopo che diversi compagne si sono effettivamente sporcat@ le mani (e i corpi) nel cercare di arginare (forse troppo tardi) l’ennesima buffonata fascista, alcune jatte hanno pensato finalmente che, dopo aver visto compagn@ denunciat@ e arrestat@ grazie al neutro contributo di una delle tante casalinghe di Voghera (è evidente che la signora si era misteriosamente traferita a Magliana pochi giorni prima del 5 Novembre) a cui da anni il movimento tenta di parlare, ecco dicevamo, alcune jatte hanno pensato finalmente:

ma che cosa diavolo ce ne dobbiamo fare della società civile?

Sentiamo già il brivido sulla schiena, procurato da un lettore o da una lettrice in disaccordo con ciò che alcune jatte scrivono.

 Alla luce di quanto scritto su diserta il deserto, non esiste al momento una formula o una prospettiva rivoluzionaria vincente: prima faremo i conti che siamo in una condizione di subalternità prima ne usciamo. È una condizione di subalternità in primis verso il comune sentire della società civile e in seconda battuta verso una parte del movimento che cerca di combattere le ingiustizie di Stato, nel “rivendicare diritti”, ma che di fatto si ingabbia in una dinamica osmotica e strumentale con lo Stato stesso e ciò non permette ad alcune jatte di trovare spazi minimi di affinità.

L’affetto che si prova per alcun@ compagn@ impone una separazione tra amic@ e nemic@, tra persone con cui vivere uno spazio comune e persone con cui mantenere spazi di cordialità estemporanea.

Perché mai cerchiamo di ripeterci in questo testo, scrivendo: prima ci rendiamo conto di essere infelici e subalterni e meglio è per tutt@? Questa non è un’apologia dello/a sconfitto/a, ma rendersi conto dello stato delle cose presenti ci rende più lucidi, più umili, più lenti.

Son cose brutte da sentirsi dire? Mentre tutto intorno è infestato dal turbocapitalismo, alcune jatte chiedono silenzio e rallentamento. I nostri numeri non brillano certo di consistenza (e su questo in realtà ci sarebbe ancora da scrivere), ma i nostri legami sono tali per cui se una parte della Comune che vive tra noi (composta dal nostro territorio e da altri territori in via di liberazione) è sotto attacco, abbiamo il desiderio (irrazionale, giovale, pieno) di andare là dove i nostri amici e le nostre amiche hanno bisogno; perché quello che si dovrebbe costruire non è l’ennesimo blocco movimentista né l’ennesima assemblea locale che poi va a portare i suoi contenuti in un’assemblea nazionale.  Ora è venuto il momento di costituire una forma di vita comune con tutti i problemi che comporta il deterritorializzarsi a tratti e il ricollocarsi dove realmente si abita. Questo di per sé non è già uno sforzo immenso? E per aver lucidità su questo piano, si può mai rincorrere il gioco del “sì” o del “no” quando già le nostre vite sono nella macchina da guerra?

Perché noi, perché noi abbiamo bisogno di assumere tematiche che di fatto non cambiano nulla alla nostra esistenza? Il nostro stare sul confine tra deserto e l’oasi è una sfida, è un confine che perde la sua bidimensionalità, ma acquista spessore nel momento in cui ci attraversiamo, tocchiamo, infettiamo quotidianamente, continuamente con altr@ come noi.

Lo scopo del/la militante di oggi, quel poco che può fare è restare sul confine, agitare le braccia e farsi da tramite, facendosi trovare da chi vaga per il deserto, indicare cioè al disperso il punto esatto dell’oasi, aspettare strategicamente sulla soglia, aiutare a dissolvere il miraggio e lasciar vivere nella trasparenza più assoluta chiunque voglia scegliere consapevolmente di vivere meglio e sopratutto… in libertà.

Noi siamo di passaggio, uno dei tanti passaggi, non rincorriamo la storia né la rimpiangiamo. Fidel è morto, noi siamo qua e con le nostre vite rompiamo gli schemi quotidiani vivendo/lottando qui e ora.