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GiggiNeapolis!

Giggi-why-not, soldi sempre pochi ‘na delibera vuo’ fá?

Il popolo arancione, l’American’s cup, la democrazia, la pace, la rivoluzione, magnammece ‘o pesone.

È forse il miglior sindaco per Napoli, un ex magistrato dal volto sicuro che si esprime in una dialettica perfettamente programmata. Carismatico napoletano, tu e non solo ci credete davvero che il turismo non sia un male ma anzi la soluzione al problema del lavoro, un orgoglio da sbandierare.
Cinque anni fa la cittá era stracolma di monnezza, che tu Giggino hai trasformato in esseri dalle gambe lunghe, dai capelli biondi, con lo sguardo perso nel vuoto e il sorriso da iodiota. Celti, Normanni e Longobardi. I barbari son tornati e saccheggiano la cittá. Non fanno distinzione tra un crocchè e un frittatina. Mangiano tutto e a qualsiasi orario. Si nascondono dietro un’adorabile gentilezza, ti conquistano con generose tips e t’inebriano col profumo del benessere.

Sono migliaia ed invadono la cittá.

Duo Aperol Sbritz perfavore, Caffè espresso, pizza, white wine, the bill please, I love cappuccino, Gomorra e Totò, il vesuvio e la costiera, Quartieri Spagnoli, pasta, baccalà, marijuana, do you have bamba please? Rolex a forcella, mergellina it’s fantastic, mafiosi e disoccupati, your english is very well, io voglio tutto! Per noi turisti è cosi come andare al cesso.

E la citta indossa bed and breakfast e serve caffelatte con merluzzo per piacere al turista. Si pettina di frenesia ornando con cornicielli il sogno di una libertá consumata. Si prosciuga come un ATM, 24h self-service per qualsiasi bisogno di comprare o campare abbiate…grazie a noi che vendiamo il tempo in comode rate in bar, ristoranti, alberghi, caffetteria, vineria, birreria, dolceria, rummeria, frescheria, spritzeria e cosi via…

Sii turista della tua cittá, è un ordine! Ma più che un ordine è una questione morale, d’orgoglio. Siamo la cittá più visitata d’Italia, Napoli capitale, Napoli scudetto, Terroni uniti….NAPOLETANI PENTITI!

Il carattere distruttivo

[…]
Sgomberare: con questa parola d’ordine si potrebbe illustrare con particolare evidenza l’azione del carattere distruttivo.
‘Fammi posto!’ è l’intimidazione sulla quale il carattere distruttivo imposta il suo operato. E si troverà prima o poi qualcuno che ne ha bisogno senza (occuparlo). Perché il carattere distruttivo non distrugge per compiacere se stesso: è un mandatario.
[…] Il carattere distruttivo è sempre alacremente a lavoro. E’ la natura a dettare i ritmi, indirettamente almeno: perché deve prevenirla. Altrimenti si incaricherà essa stessa della distruzione.
Il carattere distruttivo non ha immaginazione. Ha poche esigenze, e la minima è: sapere che cosa subentra a ciò che è stato distrutto. In un primo momento, per un attimo almeno, lo spazio vuoto: il posto dov’era la cosa, dov’era vissuto l’uomo. Si troverà successivamente prima o poi qualcuno che ne ha bisogno senza occuparlo.
[…]Il carattere distruttivo non si uccide. Perché? Perché non c’è niente da eliminare. E’ in un punto di indifferenza: la sua esistenza è creazione, il suo operare distruzione.
Il carattere distruttivo agisce in ogni situazione come se fosse un momento storico.
[…] Alcuni rendono le cose tramandabili (e sono soprattutto i collezionisti, caratteri conservatori, conservanti), altri rendono le situazioni praticabili, per così dire citabili: e questi sono i caratteri distruttivi.
Il carattere distruttivo non è affatto interessato ad essere capito. Considera superficiali gli sforzi in questo senso.
L’essere frainteso non gli nuoce. Anzi, egli provoca l’equivoco esattamente come lo provocano gli oracoli, queste istituzioni statali distruttive. Il più piccolo borghese di tutti i fenomeni borghesi, il pettegolezzo, insorge solo perché la gente non vuole essere fraintesa. Il carattere distruttivo lascia che lo si fraintenda: e non provoca pettegolezzi.
Il carattere distruttivo è il nemico dell’uomo-custodia. L’uomo-custodia cerca la sua comodità, e l’involucro ne è la quintessenza. L’interno dell’involucro è la traccia foderata di velluto che egli ha impresso nel mondo. Anche l’uomo creativo – in ogni caso l’uomo creativo dei nostri giorni – è partecipe alla comodità d’una simile esistenza. E il fatto di non essere oggetto di chiacchiere, di conservare una dimensione privata quanto meno come creatore e durante il processo della creazione, è una massima comodità. L’atto distruttivo è sempre pubblico. Come l’uomo cratore cerca la solitudine, quello distruttore deve continuamente circondarsi di gente, di testimoni. Neppure per un attimo il carattere distruttivo è incline a cercare un ‘senso’ della vita. Se potesse conferirgli per un attimo un senso, e fosse anche soltanto quello insito nella distruzione di ciò che distrugge, otterrebbe già di più quanto  aveva sperato.
Il carattere distruttivo non vive nella sensazione che la vita è degna d’essere vissuta, bensì in quella che il suicidio non vale la pena.
Il carattere distruttivo ha la consapevolezza dell’individuo storico, il cui sentimento fondamentale è una incoercibile diffidenza del corso delle cose, unita alla prontezza con cui prende costantemente atto che tutto può andare storto. Per questo il carattere distruttivo è l’affidabilità in persona.
Il carattere distruttivo non vede alcunché di duraturo. E proprio per questo scorge ovunque vie d’uscita. Anche lì dove altri vanno a sbattere contro muri o montagne, lui intravede la sua via d’uscita. Per lui non c’è situazione senza rimedio, ed è per questo che non prende neppure in considerazione il suicidio. Tuttavia, proprio perché scorge ovunque una via d’uscita, deve anche sgomberarsi ovunque la strada. Non sempre con la forza bruta, talora anche con raffinatezza. Poiché scorge vie d’uscita ovunque, si trova sempre a un bivio: nessun attimo può sapere cosa porterà il successivo. Riduce ciò che è grande in macerie non per amor delle macerie ma della via d’uscita che le attraversa.
Il carattere distruttivo non crede mai di ‘avere la scelta’. E’ abituato a esplorare ogni situazione solo in cerca della via d’uscita che gli lascia. E’ capace di capire in ogni momento della vita che ‘non si va avanti così’ – perché in effetti, dentro di sé, nel suo intimo, non si va avanti così ma da un estremo all’altro.

Walter Benjamin

nostra sola patria l'infanzia

Misopédia – a proposito di una forma di vita rallentata

Traduzione dell’articolo di  Ivan Segré – Lundimatin, 12 Luglio 2017

«Non può essere che la fine del mondo, in avanzamento » – Arthur Rimbaud

La «misogenia»  designa una sorta di odio, di risentimento o di giudizio disprezzativo riguardo la figura della donna; per  «misopédia», io intendo designare un tratto equivalente ma questa volta riferito ai bambini, così insopportabili al c.d. «misopéde» come le donne sono insopportabili al «misogeno».

Nelle società umane, essa si manifesta in mille modi rispetto ai comportamenti che riguardano i bambini. Gli etnologi l’hanno abbondantemente osservato: in certe società, l’adulto è interamente sottomesso ai capricci del bambino; in altre, il bambino è strettamente  necessario per la propria sopravvivenza; tra questi due poli c’è tutto il ventaglio dei comportamenti esistenti, questo dalla notte dei tempi.

Ciò detto, che pensare di un titolo di un giornale – « 20 Minutes » – distribuito gratuitamente in milioni di copie (3,7 milioni di lettori francesi per numero nel 2016) che recita: “Con l’avvento delle vacanze, 20 Minuti vi darà dei consigli per sopportare i vostri figli per due mesi”? Tale titolo, corredato da una fotografia di un panorama marino che mostra un bambino che si dibatte tra un uomo e una dona, rinvia ad una pagina interna dove sono in effetti prodigati “cinque consigli per sopravvivere a due mesi di vacanze con i vostri figli”.

Leggiamo l’introduzione di questo manuale di sopravvivenza:

« I vostri figli, voi li adorate ( è un po’ il vostro lavoro) e vorreste essere in grado di poter passare più tempo con loro. Per fortuna, questo venerdì c’è il calcio di inizio delle grandi vacanze estive. Diverse settimane durante le quali tutta la famiglia si reca in vacanza per ritrovarsi. E quelle settimane durante le quali sarete così occupati con i vostri figli tutti i giorni, tutta la giornata. Tanto da rendervi una capra e spingervi a desiderare di ritornare rapidamente alla normalità? 20 Minutes vuole darvi qualche trucco per sopravvivere a tutta un’estate con i vostri figli».

Nel ventaglio dei comportamenti sociali osservati dagli etnologi ai quattro angoli del mondo, troverete la traccia di un’inquietudine simile: che i bambini, una volta rilasciati dalle maestre di scuola, non vadano a minacciare la vita dei genitori, al punto di farli «sopravvivere due mesi di vacanze con i (loro) figli?».  Possiamo certamente pensare che l’articolo non debba essere inteso alla lettera, o intuire che questa provocazione giornalistica non è rappresentativa di una spirito del tempo, o ancora lo si troverà «divertente ». Ma si può ugualmente riconoscere un sintomo.

Il fatto che dobbiate “sopravvivere ai due mesi di vacanze con i vostri figli” evidenzierebbe da un lato che la funzione della scuola è essenzialmente repressiva, l’infanzia costituisce una sorte d’«anomalia selvaggia» per riprendere una frase di Toni Negri (sul soggetto della potenza della moltitudine di Spinoza); dall’altra parte quell’amore genitoriale è un «lavoro», altrimenti detto una tristezza e non una gioia, come lo precisa l’articolo stesso tra partentesi: “I vostri figli, voi li adorate ( è un po’ il vostro lavoro)”. In altre parole, è vostra responsabilità come genitori a fare della lotta contro tale sfortuna… buon cuore.

Dentro le linee dei “consigli” suggeriti dal giornale (del quale risparmieremo il contenuto ai lettori di Lundimatin) si percepisce quindi, come in sordina, il triste refrain di una «misopedia» che potrebbe caratterizzare la nostra società definita «sviluppata»: a) non fatta per i bambini; b)Tuttavia, se si desidera la compagnia di un altro corpo, oppure, se siete una coppia, si temono le scene domestiche, emicranie e abbracci morbidi, comprarsi un cane, l’amore è un “lavoro” più gratificante; c) infine, se per sbaglio si fa un figlio, vi investite della progenitura e prendete consigli, e se serve, da parte delle autorità competenti, senza che voi sappiate sopravviverne senza.

Un rabbino mi ha confidato che se i bambini rendono tanto insopportabile la vita dei genitori, questo è perché obbligano gli adulti a rimettersi sempre in movimento. Un bambino, mi disse lui, è un “evento”. È quindi comprensibile che alcuni temano di non sopravvivere a tale impatto, e quindi preferiscano magari l’animale, magari un cane che ha l’inestimabile vantaggio di abbaiare contro gli stranieri, possibilmente mordere e il tempo rimanente per stare in silenzio.

A l’opposto d’una filosofia da addestratori dei cani, sappiamo che Nietzsche concepiva il processo di “uominizzazione” seguiva tre fasi, o anche dette metamorfosi: il “cammello”, animale sottomesso, che prende su di lui il peso delle tradizioni immobili; il “leone” animale non remissivo, che affronta la contraddizione; infine “il bambino”, “occhi neri e capelli chiari”, che deve muovere costantemente il corpo e la mente, A e non A, come un funambolo che gioca con la forza d’inerzia. Scommettiamo che abbiamo gettato un po’ luce sulla questione posta a milioni di francesi, che sono apparentemente schiacciati dalle loro vite: “come sopravvivere due mesi trascorsi con i vostri figli?”

Ci poniamo infine la questione su chi trae beneficio dalla celebrazione rumorosa di questa “letargia”, di cui ricordo ai lettori la definizione: “forma di vita rallentata (ibernazione, estivazione), che permette a certi animali (invertebrati e vertebrati) di superare le condizioni ambientali sfavorevoli”?