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JattaMma | ciò che resta di una radio, ciò che resta di un mondo

Non prendete tutte le parole che scriviamo come un manifesto di un pensiero unico.

Non siamo in grado di dirvi con certezza assoluta che la realtà si ordina in base ai precetti che noi prendiamo per buoni. Non possono esserlo se per voi, per la vostra realtà delle cose, determinati eventi si manifestano e si coniugano diversamente dai nostri.

Eppure sinora in radio abbiamo largamente spaziato sulle contraddizioni che il regime democratico porta all’interno del suo DNA, alla nuda vita che ogni giorno viene macinata a suon di mandolino e pitipu nella nuova città vetrina del Sud. E poi vi abbiamo raccontato la nostra personale visione del mondo, del nostro mondo, sapendo che ne esistono infiniti, ma consapevoli che il capitalismo li vorrebbe tutti, sussunti e a produzione del plusvalore materiale ed immateriale. Viviamo, e questo va molto di più al di là di una semplice e sporadica percezione superficiale, in un’epoca di guerra civile diffusa.

Intro n.1

Dove il primo nemico è stato indicato come l’elemento antropomorfo affianco a te, dove l’esercito scorrazza per le strade di città e paesi come se per ogni cittadino italiano ci fosse un attentatore. Come se chi “ci ammazza” le “nostre donne” è sempre il nero spacciatore, come se chi ci fotte il lavoro è sempre l’immigrato che non ha pagato il biglietto per andare a pulire il culo al padrone, ma poi in questa storia, nella nostra narrazione quotidiana – che banalmente tutti credono di poter altezzosamente definire “vita”- non vediamo neri seduti negli uffici, non li vediamo neanche a fare le pulizie, questo non capita mai. A meno che non li vediamo come adoni color ebano spiccare tra le vetrine di Zara o H&M a controllare bustine e scontrini in funzione antitaccheggio. Sarà che a Napoli questi neri li vediamo principalmente ai bordi delle rotonde delle arterie periferiche più importanti in attesa che qualche pappone padrone se li porti a lavorare per i campi o su qualche cantiere, oppure li vediamo ciondolare ad ogni semaforo in attesa del rosso, per chiedere monetine in cambio di un pacchetto di fazzoletti e pulizia del vetro.

Ebbene sì, sappiamo che non siamo discreti, appena arriva uno di loro con la mazza per pulirti il vetro (non per sfondartelo… sfortunatamente) tu contorci la faccia in una smorfia di fastidio e dolore… ma quanto ci infastidiscono le immagini quotidiane della povertà? A veder quei corpi per strada o in metropolitana ci sentiamo noi quasi l’obbligo di sopperire alla funzione dello stato, quasi che dovremmo noi accollarci pure la loro povertà, noi più precari di loro! E lo stato, che fa? E il welfare? Che ci vengono a fare qui? ETc… Ebbene questi ragionamenti su cui le menti poco allenate costruisco alterchi di difficile comprensione logica, ma di chiaro stampo razzista e finiscono per ampliare pesantemente la separazione dei nostri mondi personali. I nostri micromondi, che sono ancora oggi immersi nel liquido amniotico di una macro Pangea chiamata Occidente, sono sul punto dell’implosione.

Poi capita che una mattina accompagni tuo  figlio a scuola e mentre prendi il caffè un benzinaio, mentre passano la notizia al telegiornale di Luca Traini, esclama ad alta voce: “Ha fatt buon, chist lo incarcerano, invece di dargli una medaglia”. Il barista accondiscendente, ammicca e sorride. Ebbene, capita anche questo nell’epoca della guerra tra poveri. Un coglione ammazza 7 negri, per vendicare una femmina italiana uccisa da un nigeriano che gli sbirri hanno già preso, ed è tutto normale, è normale (mi dicono) provare un minimo di pietà per questo patriota del tricoglione. Di logico non ha nulla, però accade questo nel loro e nel mio mondo.

Per cui ogni giorno mi sveglio e non vedo l’ora che questo mondo, il mio mondo finisca, e no, non la faccio finita, non la do vinta a nessuno, voglio essere il dito che va in culo a tutti quelli che spadroneggiano sui nostri corpi e nelle nostre vite.

Per questo motivo, la puntata di Venerdì 9 Febbraio ore 17.30 si incentrerà sul tema di come ci immaginiamo la fine di questo mondo, che ripetiamo, non è la fine del mondo, ma di un mondo, del mio, magari del tuo che non ne puoi più come me.  In Streaming on https://radioneanderthal.info/ e sulle ampie frequenze AM 1359, Buon Ascolto.

***** Sondaggio della settimana *******

Come te la immagini la fine del mondo:

  1. è già qui sotto i nostri occhi;
  2. tipo con Claudio Baglioni che diventa primo ministro;
  3. non finiremo mai di mangiarci pianeti, morto un pianeta se ne fa un altro;
nostra sola patria l'infanzia

Misopédia – a proposito di una forma di vita rallentata

Traduzione dell’articolo di  Ivan Segré – Lundimatin, 12 Luglio 2017

«Non può essere che la fine del mondo, in avanzamento » – Arthur Rimbaud

La «misogenia»  designa una sorta di odio, di risentimento o di giudizio disprezzativo riguardo la figura della donna; per  «misopédia», io intendo designare un tratto equivalente ma questa volta riferito ai bambini, così insopportabili al c.d. «misopéde» come le donne sono insopportabili al «misogeno».

Nelle società umane, essa si manifesta in mille modi rispetto ai comportamenti che riguardano i bambini. Gli etnologi l’hanno abbondantemente osservato: in certe società, l’adulto è interamente sottomesso ai capricci del bambino; in altre, il bambino è strettamente  necessario per la propria sopravvivenza; tra questi due poli c’è tutto il ventaglio dei comportamenti esistenti, questo dalla notte dei tempi.

Ciò detto, che pensare di un titolo di un giornale – « 20 Minutes » – distribuito gratuitamente in milioni di copie (3,7 milioni di lettori francesi per numero nel 2016) che recita: “Con l’avvento delle vacanze, 20 Minuti vi darà dei consigli per sopportare i vostri figli per due mesi”? Tale titolo, corredato da una fotografia di un panorama marino che mostra un bambino che si dibatte tra un uomo e una dona, rinvia ad una pagina interna dove sono in effetti prodigati “cinque consigli per sopravvivere a due mesi di vacanze con i vostri figli”.

Leggiamo l’introduzione di questo manuale di sopravvivenza:

« I vostri figli, voi li adorate ( è un po’ il vostro lavoro) e vorreste essere in grado di poter passare più tempo con loro. Per fortuna, questo venerdì c’è il calcio di inizio delle grandi vacanze estive. Diverse settimane durante le quali tutta la famiglia si reca in vacanza per ritrovarsi. E quelle settimane durante le quali sarete così occupati con i vostri figli tutti i giorni, tutta la giornata. Tanto da rendervi una capra e spingervi a desiderare di ritornare rapidamente alla normalità? 20 Minutes vuole darvi qualche trucco per sopravvivere a tutta un’estate con i vostri figli».

Nel ventaglio dei comportamenti sociali osservati dagli etnologi ai quattro angoli del mondo, troverete la traccia di un’inquietudine simile: che i bambini, una volta rilasciati dalle maestre di scuola, non vadano a minacciare la vita dei genitori, al punto di farli «sopravvivere due mesi di vacanze con i (loro) figli?».  Possiamo certamente pensare che l’articolo non debba essere inteso alla lettera, o intuire che questa provocazione giornalistica non è rappresentativa di una spirito del tempo, o ancora lo si troverà «divertente ». Ma si può ugualmente riconoscere un sintomo.

Il fatto che dobbiate “sopravvivere ai due mesi di vacanze con i vostri figli” evidenzierebbe da un lato che la funzione della scuola è essenzialmente repressiva, l’infanzia costituisce una sorte d’«anomalia selvaggia» per riprendere una frase di Toni Negri (sul soggetto della potenza della moltitudine di Spinoza); dall’altra parte quell’amore genitoriale è un «lavoro», altrimenti detto una tristezza e non una gioia, come lo precisa l’articolo stesso tra partentesi: “I vostri figli, voi li adorate ( è un po’ il vostro lavoro)”. In altre parole, è vostra responsabilità come genitori a fare della lotta contro tale sfortuna… buon cuore.

Dentro le linee dei “consigli” suggeriti dal giornale (del quale risparmieremo il contenuto ai lettori di Lundimatin) si percepisce quindi, come in sordina, il triste refrain di una «misopedia» che potrebbe caratterizzare la nostra società definita «sviluppata»: a) non fatta per i bambini; b)Tuttavia, se si desidera la compagnia di un altro corpo, oppure, se siete una coppia, si temono le scene domestiche, emicranie e abbracci morbidi, comprarsi un cane, l’amore è un “lavoro” più gratificante; c) infine, se per sbaglio si fa un figlio, vi investite della progenitura e prendete consigli, e se serve, da parte delle autorità competenti, senza che voi sappiate sopravviverne senza.

Un rabbino mi ha confidato che se i bambini rendono tanto insopportabile la vita dei genitori, questo è perché obbligano gli adulti a rimettersi sempre in movimento. Un bambino, mi disse lui, è un “evento”. È quindi comprensibile che alcuni temano di non sopravvivere a tale impatto, e quindi preferiscano magari l’animale, magari un cane che ha l’inestimabile vantaggio di abbaiare contro gli stranieri, possibilmente mordere e il tempo rimanente per stare in silenzio.

A l’opposto d’una filosofia da addestratori dei cani, sappiamo che Nietzsche concepiva il processo di “uominizzazione” seguiva tre fasi, o anche dette metamorfosi: il “cammello”, animale sottomesso, che prende su di lui il peso delle tradizioni immobili; il “leone” animale non remissivo, che affronta la contraddizione; infine “il bambino”, “occhi neri e capelli chiari”, che deve muovere costantemente il corpo e la mente, A e non A, come un funambolo che gioca con la forza d’inerzia. Scommettiamo che abbiamo gettato un po’ luce sulla questione posta a milioni di francesi, che sono apparentemente schiacciati dalle loro vite: “come sopravvivere due mesi trascorsi con i vostri figli?”

Ci poniamo infine la questione su chi trae beneficio dalla celebrazione rumorosa di questa “letargia”, di cui ricordo ai lettori la definizione: “forma di vita rallentata (ibernazione, estivazione), che permette a certi animali (invertebrati e vertebrati) di superare le condizioni ambientali sfavorevoli”?

 

Diritto all’autentico

L’autenticità è un concetto differente. Un concetto che straborda. Eccede la categoria di sincerità. Cattolica. Eccede quella di onestà. Protestante. Eccede la sua collocazione storica, non coincide neanche con se stessa, in quanto non esiste l’autenticità ma soltanto l’essere autentico. Che ha un valore politico. Che si inscrive nella pratica di una forma-di-vita come forma di resistenza al lavorismo imposto, con ritmi e valori surreali e parossistici, compresa la propaggine militante post-lavorista che nulla cambia ma molto, ahimè, tramanda. C’è differenza tra il lavoro e il lavorìo. Il lavoro è per pigri. E’ come il circo per gli elefanti. Ma noi, si può sempre scegliere…

L’unica legge è il corpo, le sue guerre interne e il suo imporsi nel mondo. Le relazioni il piano del politico. L’autentico, la pratica in cui si inscrivono quelle rivoluzionarie. Quelle che scomodano, perturbano, fanno soffrire, impongono dei cambiamenti. Corpo omeostatico in movimento. Che s’agita per conservarsi fino a morire di vita. Il corpo non conosce temporalità che non sia circolare. Un eterno ritorno, ma nella differenza. Perchè il corpo ricorda. Ricorda oltre. Oltre il songolo, oltre la morte.

Il denaro, il cibo, la cucina, la tavola, la casa e di conseguenza la piazza, tutti inscritti in questo spettro qua, di tensioni, tra forze ed energie. La città, i rapporti tra le razze, tra le classi e tra i generi. Il modo di stare nei colonialismi, negli sfruttamenti, nei rapporti di potere. Tutto un campo in cui puoi collocarti, ma nella transitorietà dello scorrere dell’acqua, nella disidentità della disindividuazione. Siamo tutt’acqua.

Occorre assumersi i rischi della schizofrenia, per eccedere ogni galera.

L’autenticità è folle, individualista, instabile.

Come una gatta.

aladin