Critica ingenua all’identità

 

Mentre meditavo sulla necessità o meno di aprire un dibattito sulle insidie dell’identità politica collettiva erano ormai tre giorni che mi alzavo dal letto prima del sole e che lo maledicevo poche ore più tardi mentre lavoravo in vigna. Otto ore al giorno, da un po’ prima dell’alba fin all’ora di pranzo. Il mio lavoro meccanico a bassa responsabilità mi permetteva di liberare il cervello e far volare la mente verso la realtà parallela da cui in verità sento di essere scappato: I collettivi, il Movimento, il Fallimento, l’esasperazione, le stolide ragioni di chi in piazza ci-sta-da-sempre e non riesce a migliorare nessun aspetto della propria vita, figuriamoci della collettività.

Identità a confronto, il circo massimo dei miei tormenti, la società liquida vs i collettivi granitici, la realtà che ci passa di fianco come una folata di vento caldo e mefitico.

Mettendo ordine nei pensieri, tre giorni diventano quattro, cinque, da una vigna all’altra, pulizia tra i filari, leghiamo i tralci, condizioniamo le viti giovani ai sostegni, tendiamo i cavi d’acciaio. Il sogno di scrivere un pezzo che non sia banale reazionario o populista ha incontrato ostacoli noti a chiunque faccia sforzi per guadagnare il pane. Stanchezza, senso di angoscia, voglia di una birra fredda. Contraddizione tra pensiero e azione, limite imprescindibile di ogni esperienza collettiva alla quale volente o nolente ho partecipato e continuo a farlo. Così ho guardato il ragazzone di colore che lavorava di fronte a me e gli ho fatto le domande più banali che potevo.

Ho scoperto che ci ha messo tre anni per arrivare nel nostro paese, quando gli ho chiesto se fosse stato in Libia ha sorriso nervosamente e ha detto solo “Brutto, molto brutto”. Io non parlo francese e lui non parla italiano, entrambi ci arrampichiamo sugli specchi in inglese e la conversazione era finita mentre lui spariva dietro un filare di viti da sistemare.

In realtà non sapevo cosa domandare dopo aver visto il suo sguardo mutare, la bocca sorridere per cortesia credo, gli occhi erano quelli di chi ha avuto una vita da qualche parte sepolta nella memoria. Il giorno dopo mi ha detto di aver cominciato un iter per far ottenere il passaporto a sua moglie. Vuole stare in Italia, forse il bel paese pur essendo diventato terra di odio, razzismo, ignoranza e fascismo è sempre meglio della vita che aveva lasciato. Questa considerazione è mia, non ho saputo chiederglielo. Farò un’intervista a lui e agli altri braccianti stranieri, per il momento lavoro sotto al sole, bevo birra ghiacciata quando non c’è il padrone e solidarizzo con gli altri nella vigna compreso il caposquadra che è più giovane di me di otto anni e la Libia non sa nemmeno dov’è. Però sa bene che i braccianti stranieri vengono pagati poco e “per questo” (l’ho aggiunto io) lavorano male. Dopo una settimana era palese che chi percepiva più denaro lavorava con più entusiasmo.

Se pensate che mi sia appassionato al suo caso, sia andato a trovarlo, abbia stretto relazioni profonde con lui vi sbagliate. Il pomeriggio col caldo che supera i 35′ gradi, stanco dopo otto ore in vigna, dormo di un sonno agitato e senza sogni, interrotto dal sudore, le zanzare, i pensieri orrendi sul movimento, i collettivi, i centri sociali. Mi sono svegliato anche più stanco a volte, pronto a cenare e tornare a dormire. Lui invece come molti altri, era alle prese con altri lavoretti, con viaggi verso i vari uffici per l’immigrazione, le carte da presentare, i soldi da mandare alla moglie.

Una rabbia soppressa che diventa ansia, attacchi di panico, litri di tintura madre d’Iperico, pianti silenziosi, la mia campagna col pancione che si preoccupa perché non sente più le solite battute sarcastiche sulla politica. Chi sono io?

Una gatta randagia che scappa da se stesso dal mondo che era perfetto finché non è stato invaso dalla verità. Il velo di maia è una dolce coperta di misto lana che ci protegge e il mondo da cui ci separa è un freddo inverno dal quale nessun Jon Snow verrà a salvarci.

Purtroppo invece di leggere libri di filosofia tra uno spinello e l’altro, quando ero un adolescente guardavo tonnellate di film e leggevo romanzi cyberpunk per cui su chi abbia scritto qualcosa a proposito e in che modo lo abbia fatto ne so poco, da qui il titolo ingenuo di questo pezzo. Quello che vedo e che sento è che l’identità è un limite se si traduce in senso di appartenenza e difesa assoluta di essa. Reazione che viene dall’istinto di conservazione sobillato da un contesto culturale violento e machista. Minacciati continuamente dalle altre identità ci sentiamo obbligati a partecipare alla guerra sicuri di essere dalla parte giusta eppure lo status quo rimane tale e io mi sento stanco.

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CronAche

 
 
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Abbiamo intervistato alcune Jatte che da più di quattro anni occupano, assieme a tanti e tante, un palazzo abusivo costruito all’ombra della speculazione immobiliare dalle parti di Salita Arenella.

Il nuovo proprietario reclama lo spazio che i suoi abitanti faticosamente hanno conquistato e hanno difeso. Il luogo in cui sentirsi a casa, la prospettiva di una vita dignitosa, la felicità collettiva sono messe in pericolo dalle mani avide di un faccendiere senza scrupoli e un palazzinaro camorrista.

Quello che le Jatte cercano di raccontare è il modo in cui la comunità di occupanti prova a reagire.

Ci troviamo di fronte uno scenario surreale di calma apparente, la sensazione che tutto possa accadere da un momento all’altro e invece niente intacca veramente il presente. Una tensione che alla lunga stanca, che trasmette una negativa sensazione d’impotenza.

Le riflessioni coinvolgono la percezione del futuro, dell’orizzonte della metropoli tanto stretto nel cemento dei palazzi tanto i confini della città si sono dilatati; Il cielo lo si torna a guardare da altri luoghi, riscrivendo i ritmi di vita individuali e collettivi, spingendo le proprie fantasie oltre le perversioni di una vita atta al consumo.

Ci si chiede se la denuncia ai media, se gli appelli al sindaco, e in generale l’intero piano di approccio alla questione non sia ancora una volta una forma passiva e controproducente di difesa.

Ci siamo interrogati sulla felicità, la felicità personale e quella collettiva.

Le occupazioni abitative a Napoli non riescono ad incidere sul tessuto sociale soprattutto perché non propongono soluzioni collettive alla mancanza di felicità. Le comunità che nascono in esse sono simili a gruppi di naufraghi in cerca di uno scoglio per non essere trascinati dai flutti, nell’abisso dell’emarginazione capitalista. Un baratro da cui vorresti scappare affondando i piedi nel fango, puntando le dita per non scivolare, afferrando quelli davanti a te e spingendo giù quelli indietro per allontanare il pericolo di non essere più considerato un degno cittadino.

La guerra civile ora più che mai imperversa dentro e fuori i confini dell’impero. Noi crediamo a una rivoluzione in cui la felicità scandisca il suo tempo sincopato e rompa gli argini del presente eterno, condanni le falsità della militanza come mestiere, ripudi il militante e la militante come figure professionali del settore terziario.

Stanchi di dover continuamente con-trattare una schiavitù dignitosa, immaginiamo i luoghi e le comunità in cui ricominciare ad essere felici, mentre immaginiamo, diamo forma, in-formiamo il mondo a torno a noi modificando la realtà al nostro divenire.

JattaExPRESS04

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“…getta rose nell’abisso e di’: “Ecco
il mio ringraziamento al mostro che
non è riuscito a inghiottirmi!”. ??(Nietzsche)

Diretta di Giovedì 1 Febbraio alle 12 e 3* /

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Lavoro o non lavoro, non Sono cazzi tuoi… Ma sono cazzi nostri.

Da quando tutta la vita è messa a produzione, anche fare la militanza si scontra inevitabilmente con il problema quotidiano di campare. E per campare mica intendiamo yatch di lusso e disagi del sabato sera, parliamo invece della difficoltà di procurarsi da mangiare, di pagare una merda di affitto in cambio se non di manodopera gratuita, ma di lavoro poco remunerato. Ben 8 ore al giorno al servizio sì di un padrone, che ultimamente magari ha preso i tratti più friendly di un amico di ufficio con uno stipendio poco più alto del tuo. Questo è il lato ridicolo del lavoro cognitivo, che sembra essere una delle punte di diamante del mercato del lavoro frammentato qui nel meridione. Poi per fortuna esistono quelle realtà lavorative ipersfruttate che però, attenzione (!), sono sempre identiche a se stesse, tipo i camerieri, i muratori, le badanti, chi fa le pulizie etc. In questo caso il quadro che il capitalismo ci restituisce è meno roseo, meno promettente del popolo delle partite Iva o degli impiegatucoli che pur di non perdere due privilegi in croce continua a contrattare al ribasso il costo della propria vita.

Vivere all’epoca della guerra civile ha un costo e questo costo ha un nome, si chiama “compromesso”.

Ebbene con Jattaexpress parleremo con un po’ di persone, come noi, afflitte dalle terribili piaghe della contraddizione del vivere e dal male (inguaribile?) del mondo del lavoro, sempre alla ricerca di nuovi metodi per sfuggire al capitale o meglio nuovi modi per non farsi inghiottire definitivamente.