Diritto all’autentico

L’autenticità è un concetto differente. Un concetto che straborda. Eccede la categoria di sincerità. Cattolica. Eccede quella di onestà. Protestante. Eccede la sua collocazione storica, non coincide neanche con se stessa, in quanto non esiste l’autenticità ma soltanto l’essere autentico. Che ha un valore politico. Che si inscrive nella pratica di una forma-di-vita come forma di resistenza al lavorismo imposto, con ritmi e valori surreali e parossistici, compresa la propaggine militante post-lavorista che nulla cambia ma molto, ahimè, tramanda. C’è differenza tra il lavoro e il lavorìo. Il lavoro è per pigri. E’ come il circo per gli elefanti. Ma noi, si può sempre scegliere…

L’unica legge è il corpo, le sue guerre interne e il suo imporsi nel mondo. Le relazioni il piano del politico. L’autentico, la pratica in cui si inscrivono quelle rivoluzionarie. Quelle che scomodano, perturbano, fanno soffrire, impongono dei cambiamenti. Corpo omeostatico in movimento. Che s’agita per conservarsi fino a morire di vita. Il corpo non conosce temporalità che non sia circolare. Un eterno ritorno, ma nella differenza. Perchè il corpo ricorda. Ricorda oltre. Oltre il songolo, oltre la morte.

Il denaro, il cibo, la cucina, la tavola, la casa e di conseguenza la piazza, tutti inscritti in questo spettro qua, di tensioni, tra forze ed energie. La città, i rapporti tra le razze, tra le classi e tra i generi. Il modo di stare nei colonialismi, negli sfruttamenti, nei rapporti di potere. Tutto un campo in cui puoi collocarti, ma nella transitorietà dello scorrere dell’acqua, nella disidentità della disindividuazione. Siamo tutt’acqua.

Occorre assumersi i rischi della schizofrenia, per eccedere ogni galera.

L’autenticità è folle, individualista, instabile.

Come una gatta.

aladin