La Seconda Invasione

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Dema

Dialogo tra alcune Jatte

meow

Napoli, un giorno sul finire d’Agosto.

Caldo di merda, afoso. Quel caldo che che fa sudare e trasudare i pensieri.
Alcune Jatte si sono incontrate all’ombra di una rara automobile parcheggiata in una periferia qualsiasi di Napoli. Il deserto di cemento caldo che si estende davanti agli occhi dalle pupille strette non lascia scampo a sorrisi.
La metropoli di questi tempi cambia lingua, in centro si parla solo inglese e spagnolo, nelle periferia alcune voci indistinte si confondono col silenzio.
Alcune Jatte stanno stese all’ombra, parlano poco, aspettano il vespro. Con quel caldo non è possibile svolgere alcuna delle attività preferite dalle Jatte randagie per cui qualcuna fuma e pensa all’impatto angosciante che avranno sulla sua vita le trasformazioni che la città sta subendo; le altre sonnecchiano immaginando spazi liberi di comunicazione nomade:

Alcune Jatte sono inclini al gioco e alla spensieratezza, non si curano se i gatti borghesi ne giudicano i comportamenti, non si fanno spaventare dai mastini in divisa che vorrebbero rinchiuderle in gabbie umide…
Alcune Jatte che di notte salgono sui tetti e miagolano felici di interrompere i sogni dei tristi abitanti dei loro tristi quartieri.

“Come sarebbe bello de-costruire e superare tutta questa infelicità del reale” disse Una di Alcune Jatte mentre rovistava in un cassonetto dell’immondizia per cercare del cibo.
“L’essere più o meno borghese dipende da quello che si accetta dalla società borghese”, le fa eco Un’altra di Alcune Jatte, mentre osserva la sua compagna sguazzare tra le buste di plastica e le scatole di cartone, muovendo la coda con disapprovazione.

Come fare? Come? Dove? Come? Cosa?

Una di Alcune Jatte cerca una soluzione alla ridondanza del nostro eterno presente mentre mangia un pezzo di pesce avariato e risponde all’Altra a stomaco pieno:
“Se le Jatte respingono il consumismo, l’etica del lavoro, la gerarchia, l’autorità, esse sono più proletarie del proletariato, questo no senso semantico dovrebbe incoraggiarci a seppellire gli elementi ormai logori del socialismo insieme al passato arcaico da cui derivano”.
Nel silenzio successivo Alcune Jatte sembrano assorte nella contemplazione delle ultime frasi ascoltate.
“Eh ja, passaci un po’ di pesce”.

“Il decostruire la realtà…” continua un’Altra Jatta che aveva già mangiato “…significa rompere le gabbie della comunicazione, dei suoi simboli, della lettura dei suoi eventi. Lasciare che i segni siano liberi, fruibili, cavalcabili per la ricostruzione di un immaginario altro. Una possibilità, una via di uscita da tutta questa infelicità.
Nessuna teoria preimpostata, piuttosto costruzioni di ponti mobili verso nessuna rivoluzione.”

La prima cosa che salta agli occhi di Alcune Jatte è la fretta che ci mettono gli uomini e le donne quando corrono per andare a lavorare, per accudire i figli/le figlie, per fare la spesa, per raggiungere un risultato chiaro e stabilito, come magari… che so, LA RIv0lùZ10n3?
“Tutto sembra un po’ banale quando la propria esistenza deve essere ingabbiata nel raggiungimento di fini preimpostati e già decisi a tavolino, tipo che so…” dice Una delle Alcune Jatte “…quando ti laurei per trovarti poi senza lavoro, allora devi sgobbare gratis per avere un lavoro, poi se entri nel mondo del lavoro è per comprarti un’auto o affittarti una casa; perché -lo sano?!– il senso della nostra vita in questo sistema si misura su quanti obiettivi abbiamo consumato nella nostra breve esistenza e che la nostra autonomia è legata al denaro che facciamo circolare tra un fine conquistato e l’altro da raggiungere.
E ti ritrovi, come una scimmia, a saltare da un ramo all’altro, tra un obiettivo o un fine sempre più complicato da realizzare, ma che succede se tra un passaggio -già organizzato per te da qualcun altro- e l’altro, qualcosa va storto e ti ritrovi senza appiglio?”
“Ti ritrovi a votare a Salvini”- risponde Una delle Alcune Jatte.
“Ma, no” dice Una delle Alcune Jatte “come ci si sente?”.

Provare terrore sembra essere un aspetto sempre presente nella quotidianità dell’umanità contemporanea. Nello specifico, quello che terrorizza è la perdita dei propri privilegi, d’altronde:

avere una prospettiva di vita futura non è oggi un privilegio per pochi?

L’abolizione del privilegio è la leva che lo Stato esercita ogni qualvolta in cui la sua autorità è messa in crisi, o semplicemente è solo una questione di mantenimento di ordine.

Terrore e territorio, due concetti non legati solo etimologicamente, ma legati da una simbologia che si realizza nell’essenza dello Stato contemporaneo.

Vivere sulla lama del rasoio ti spinge sempre di più a desiderare sicurezza e controllo, in tutto questo terrore indotto dallo Stato, il terrore personale è in realtà un terrore strumentale che fa desiderare il governo della crisi, quello dell’emergenza, del cedere le proprie libertà in cambio di protezione.

“La principale contraddizione del capitalismo odierno è contraddistinta dalla tensione tra quello che realmente è e quello che potrebbe essere – fra l’incombere sempre presente della dominazione e la potenzialità della libertà”.

Ma Alcune Jatte lo sanno che la perdita di controllo non può più essere il campo dello Stato, sanno che al terrore va contrapposto un desiderio del Caos, della perdita di certezze grigie e senza sbocchi come la quotidianità che siamo costretti a vivere.

Il punto non è di abolire un malessere che spinge alla rivolta per meglio adattarsi a un sistema di gestione dei corpi evidentemente tossico.

L’obiettivo non è di imparare a meglio condurre la lotta contro gli impedimenti della contingenza presente in nome di una strategia che ci condurrebbe alla vittoria.

La vittoria, infatti, non è adattamento al mondo mediante la lotta, ma l’adattamento del mondo alla lotta stessa.

Poiché ogni logica di differimento è asservita a un tempo senza presente, la sola urgenza per noi, ora, è di rendere la turba offensiva, di divenire suoi complici.
“In sostanza…” chiosa una di Alcune Jatte “..Meglio la morte che la salute che ci propongono loro… come direbbe Deleuze.”
“Tutto molto interessante…” risponde un’Altra di Alcune Jatte “…mi passi altro pesce?”.

La Prima Invasione

La Prima Invasione

Regole:

Vorrei precisare che non sono stati i riformisti ad occuparmi la casa. Eravamo questi, quelli e altri e c’erano pure loro ma all’inizio a nessuno importava. All’inizio tutto è nuovo, tutto è interessante, c’è sempre qualcosa da fare, qualcosa da scoprire, qualcuno da scoprire, da conoscere; è la parte migliore dell’occupazione, le interazioni diventano intime anche se non c’è intimità, perché all’inizio è probabile che l’acqua non ci sia sempre calda per tutti e la spesa la fai insieme perché non ci sono le cucine ma una cucina da campo in una stanza che diventa il salotto di 30 persone che si riuniscono in gruppi familiari o di affinità solo dopo alcuni mesi, perché la casa occupata impone che almeno per le prime notti si dorma insieme a gruppi misti senza porsi esagerati problemi di privacy.

La casa in cui abito è stata teatro di ogni forma di espressione sociale che un gruppo di persone costretto a stare insieme è in grado di esprimere, ci mancano solo le perversioni, intese come devianze che mettono a rischio l’incolumità propria e del vicino, ma il limite da varcare è davvero sottile, manca poco, siamo schizofrenici, stressati, paranoici, emarginati in un quartiere miseramente ricco, che vuole ostentare una ricchezza che la crisi gli ha sottratto  e che dalla crisi economica vuole uscirne comportandosi come se fosse una qualunque crisi di valori, roba da filosofi e quindi da perditempo, gente che può permettersi di pensare invece di rompersi il culo sulla catena di montaggio e il quartiere-società civile non si accorge che gli unici valori dai quali dipende sono gli indici di riferimento della borsa che puntano tutti alla carne viva, ai nervi scoperti del tessuto sociale. Basta poco per mettere in crisi uno che per vivere a 100 metri dal palazzo dove vivo io deve sborsare 1000 euro al mese, per vedere fino alla morte cemento all’orizzonte.

La casa dove vivo è un pugno in un occhio, la casa dove vivo non dovrebbe essere in piedi e invece esiste come esisto io, precario senza futuro, macchia grigia nel ciclo d’impoverimento umano, non sarò bello da vedere e spesso non ho un buon odore ma esisto anch’io e non facciamone un dramma, nel quartiere mi conoscono e si guardano bene dall’avvicinarmi, non sono schizzinosi alle riforme sono schizzinosi e basta. Vallo a spiegare al quartiere che c’è una bella differenza tra rivolta e riforma… nel mio quartiere c’è chi pensa che l’unico diritto ad avere un tetto sia quello dato da un mutuo o da un’ipoteca o comunque una fonte di denaro, che vincoli il rapporto tra lui e la sua casa confiscandola come propria. I riformisti credono sia giusto, che non si metta in discussione questa cosa, per questo mi innervosisco molto se mi dicono di spegnere lo stereo o smetterla di insultare le vecchie e i loro cani di merda. Io vivo il mio quartiere e lo trasformo perché se non inveisco con la gente, le parlo e le spiego che col mio modo di vivere non minaccio loro ma tutto quello che rappresentano, dimostro che con la catena di montaggio si può avere poco o nulla a che fare e per questo ho un tetto e l’acqua, pure calda e l’elettricità che non guasta, a volte vorrei dire al mio quartiere che gli sono grato per tutto l’accesso a internet che gli ho rubato… sottratto per chi è attento alle parole, perché chi ruba, chi è un vero criminale è il sistema che mi costringe a prendere di prepotenza quello che mi spetta, che non è solo il tetto ma soprattutto la voglia di sognare un futuro in cui il tetto non sia merce di scambio ma un diritto. Il mio rapporto col quartiere è il mio concreto margine di paragone col mondo, la dimensione in cui mi esprimo è quella di un mare  controcorrente in cui gli scogli sono viscidi e le parole feriscono e gli sguardi offendono.

La casa non è ancora la mia lotta perché dentro ci faccio a botte col vicino, compagno solo nello scontro tutti contro tutti.
La casa mi appartiene come mi appartiene il diritto a esistere pur essendo improduttivo, mi appartiene la casa ma casa mia non è proprietà privata, non è mia dal punto di vista giuridico, non è perché l’ho acquistata, scambiata o vinta al lotto. L’ho conquistata con gli altri, con la lotta e difenderò casa mia perché mi appartiene in quanto è il manifesto della mia esistenza.

Chiarito questo punto vi dirò che: Non avevo bisogno di una casa altrimenti sarei morto di fame… perché onestamente se così davvero fosse avrei fatto in un altro modo, altrimenti avrei fatto in un altro modo e forse sarei stato peggio, ma non sarei finito nel circolo della militanza di rappresentanza. Ho fatto il militante travestendomi da me stesso, troppo a lungo, troppo spesso. Il nucleo di questo concetto è che i ruoli che ci piacciono non sono quelli che ci spettano, per cui siamo tagliati: l’istinto che coinvolge il gesto eroico col martirio è lo stesso, la differenza sta nel risultato… e allora fanculo agli eroi e pure ai martiri. Iniqui alfieri della riforma, non trovo parole migliori per descrivere la figura triste di chi ha solo trasmesso la sofferenza e il patimento, di chi della lotta ti sa dire è una battaglia persa per cui tocca a noi farci avanti.
Nella mia casa c’è ancor spazio per la lotta?
Alla sopravvivenza e al predominio, in questo gioco subdolo perfino la filosofia è una scusa per non dover lavare i piatti la mattina. Nella mia cucina c’è un forno che non funziona mai, e nessuno si preoccupa di sapere perché ha smesso di farlo, non c’è una cantina per nascondere il superfluo per cui tutto giace accatastato nel salotto. I miei vicini si lamentano del tanfo e del rumore ma io non li sento, sono troppo dentro al mio disastro interiore, oppure perso in un discorso sul cybernetico universo, non ho cartine e non ricordo la strada che dal divano mi porterà in un altro piano del discorso, tra Marx e il resto del mondo, com’è che è morto Toni Negri? Ah giusto quello era Licio Gelli…
Per cui della casa non ne vorrei parlare perché in casa vivo e sulla casa non è che possa pensare di avere la certezza di potermela tenere, del resto nella stanza in cui vivo nulla mi appartiene, nulla è fondamentale, tutto è sostituibile. Eppure la sostanza rimane, il turbamento di non saper riconoscere se stessi, l’ansia di sapere di essere comunque parte incosciente di un gioco delirante che ti schiaccia appena provi a capirne le regole.

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Introduzione al martirio.

Continuo a volare come una scheggia impazzita, da un presidio all’altro, da una manifestazione all’assemblea; viaggio a duemila, bevo caffè dal mattino fino alle sei; poi la birra, il vino.

Le parole d’ordine e l’agenda del movimento; i conflitti ideologici, la lotta di classe, le lotte interne alla classe. Il rapporto con la gente, l’agenda dello stato.

Rimani nei percorsi altrimenti sei fuori.

Onore ai martiri del movimento.

Abbi rispetto per chi si sacrifica, di chi si sobbarca di responsabilità che non ha saputo/voluto condividere. Assumiti gli errori e fa che siano i tuoi.

Sopportane il peso e POI ESPLODI.

Niente di nuovo all’orizzonte è capace di affascinarmi.

L’odore del CS e le gite col passamontagna.

Il Palcoscenico e i suoi protagonisti: Mille volti, quattro sorrisi e tante facce scure, tante falci nere mi sfiorano, la gente cade.

Ho fatto un sogno come questo e non mi ha spaventato. Avevo un’inquietudine familiare, come un rimorso di fondo che non mi faceva respirare bene.

Mentre stavo seguendo l’ennesima assemblea senza prenderne parte mi resi conto che non era quello il mio luogo.

Così ortodosso nei codici di comportamento, così poco confortevole, da sembrare quasi un privilegio poter anche solo assistere al dogma.

NON è IL MIO LUOGO, NON è IL MIO MODO. L’assemblea di per se non è che un contenitore, non ne puoi cavare nulla che non sia già dentro di essa. È una codifica, una messa a valore di esperienze che si fanno assieme. L’assemblea generale alla quale partecipavo non poteva produrre nulla, sicuramente nessuna fiducia tra individui s’instaura a partire dall’assemblea in se; piuttosto quello a cui assistevo era l’assunzione da parte di tutti dell’incapacità di reagire ai tempi, alla fase, l’affanno di rivoluzionari frustrati che non riescono nemmeno a farsi forza l’un l’altro.

La frattura è sempre più ampia, il Movimento ristagna.

Mi annoiavo al punto che decisi di dare una mano con la cucina, perché era una tenda chiusa e potevo evitare di guardare quel cerchio di militanti cercare una soluzione alla stasi stando seduti comodamente sulla plastica bianca delle sedie, protetti dal sole da un gazebo gigante.

Avevo voglia di parlare ma sentivo di non avere la CREDIBILITA’ per farlo… ero caduto nel loro gioco, avevo ceduto alle lusinghe delle gerarchie e delle classificazioni che nascono quando si cerca di governare un assemblea più ampia di venti persone. Non volevo ancora del tutto ammettere l’inutilità di tale dispositivo, ero ingenuo e pieno di energie…

Non ho mai fatto dell’ideologia il mio margine, ho imparato a metterla in discussione, ho fatto di ogni contraddizione una forza, un vantaggio per poter avere diritto ad uno spazio di relazione sincero col “Movimento”. Ho accettato i termini del conflitto e ho dovuto contrattare le forme dello scontro riducendo tutto ad un’esibizione di forza in cui del tutto impreparato mi sono cimentato senza risultati. Volevo essere forte. Per rendere la mia collettività più forte, per i compagni, per i fratelli, per tutti gli altri.

Poi la collettività è in affanno, i compagni si riempiono di botte, e gli altri ne approfittano finché gli fa comodo e poi ti voltano le spalle o te le pugnalano.

I fratelli che fine fanno?

Mentre quel poco di individuo-che-gli-resta conferisce a queste persone così diverse tra loro, la possibilità di annusare il vento della tempesta un attimo prima degli altri, dall’altro lato si coltiva così poco l’attitudine a mettere in discussione la realtà che si finisce per rinchiudersi in discussioni banali e altrettanto frustrante immobilità. Parole sprecate ad elencare tutti i nostri limiti.

La paura di conoscere la propria forza, di metterla in discussione e di condirvela, ha sempre frenato ogni slancio. La frustrazione, l’ansia, la stanchezza, la noia sono gli ingredienti migliori per arenare ogni processo collettivo rivoluzionario. In questo siamo diventati tutti bravi, l’auto-analisi, questa sorta di introspezione della coscienza collettiva genera nevrosi e insicurezze, espone ai rischi della rappresentanza come forma di panacea per tutte le ansie da prestazione insurrezionali.

Poi la FUGA.

Il rifiuto!

L’ISTINTO DI CONSERVAZIONE CHE PREVALE.

Meno male… così mi sento più umano, animale umano.

Un giorno in questo infinito presente sarà tutto relativo ma l’aria che tira adesso non mi fa supporre nulla di buono per il futuro.

Il futuro non esiste e qualcuno voleva crearselo, oppure ne parlava molto.

Io ci penso, ne parlo, lo inseguo; sono ossessionato da questo desiderio al punto da essere diventato un rivoluzionario borderline, e in alcuni periodi sento di poter agire, di essere sulla strada giusta, in altri lunghi periodi scatta un meccanismo di difesa, una specie di freno che mi impone di osservare intorno a me quello che succede, e puntualmente mi rendo conto che io sono la scheggia impazzita con gli angoli troppo smussati per poter far del male… o del bene a seconda dei punti di vista e dell’ideologia.

La maggior parte del tempo la passo con la sensazione di essere su un automobile a folle, non so inserire la marcia e tutto quello che posso farci è spingere il pedale dell’acceleratore fino in fondo, fino a quando il surriscaldamento non sarà tale che il motore fonderà… e non ci vuole poi così tanto

Bruuuuuum…. Bruuuuuuum… Rivoglio la mia vita… Bruuuuum Maledetti Riformisti… Bruuuuum Maledetto Movimento…. Bruuuuuuuuuuuum… Maledetto Capitalismo… Bruuuuuuuuuuuuuum Bruuuuuuuuuu… Maledetta Biopolitica, Maledetta Bce, maledetta la polizia infame e i poteri sommersi, i fondi neri, gli speculatori, la terra dei fuochi e le discariche, maledette l’alta velocita, la xilella e le pale eloliche, i radar per la guerra e gli scudi spaziali.

Maledetto il Denaro e le grandi opere, il denaro e le mega-opere, il denaro e le iper-opere, il denaro, il denaro e ancora il denaro.